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Roma. Dalla primavera del 2022 l’Italia ha adottato un rigoroso riserbo sulle forniture destinate all’Ucraina, una cortina di segretezza avviata dal governo di Mario Draghi e proseguita dall’esecutivo di Giorgia Meloni. Di fronte all’opinione pubblica il discorso ufficiale privilegia gli aiuti umanitari, ma il contributo reale comprende forniture militari, progetti industriali e impegni strategici di ampia portata.
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Secondo la classifica del Kiel Institute, nel 2025 l’Italia figura al 13° posto tra i maggiori donatori militari per l’Ucraina, con contributi che si avvicinano a 1 miliardo di euro; il valore effettivo è ritenuto superiore, nascosto dietro il muro del segreto governativo.
Il silenzio ha anche una valenza politica interna. La scelta di mantenere riservatezza sulle consegne ha permesso al governo di sostenere fermamente Kyiv nonostante profonde divisioni nella coalizione: la Lega, guidata da Matteo Salvini, si oppone alle forniture di armi ed è stata in passato legata al partito di Vladimir Putin; il Movimento Cinque Stelle è contrario alle consegne di armamenti e una parte dell’elettorato del Partito Democratico condivide questa posizione. A complicare il quadro è l’emergere del nuovo partito di estrema destra Futuro Nazionale, fondato dall’ex generale Roberto Vannacci, che adotta una posizione fortemente filorussa e secondo i sondaggi supera l’8% in vista delle elezioni previste per l’autunno dell’anno prossimo.
Nei comunicati ufficiali, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto hanno posto l’accento su generatori elettrici e finanziamenti per la ricostruzione di ospedali e scuole. Le autorizzazioni alle spedizioni di materiale militare, invece, avvengono tramite decreti governativi e solo il COPASIR è informato nei dettagli su quanto effettivamente trasferito. In pubblico la narrazione sottolinea la natura «difensiva» degli equipaggiamenti.
Nel 2022 il governo Draghi autorizzò però anche la fornitura di sistemi considerati offensivi. Tra i materiali indicati figurano sistemi della Guerra Fredda rinnovati con fondi statunitensi — pezzi d’artiglieria da 155 mm, obici semoventi M109 dello stesso calibro, grandi mortai, mitragliatrici, batterie contraeree Skyguard-Aspide e ingenti quantità di munizioni — oltre a moderni armamenti prelevati in numero limitato dall’Esercito italiano, come lanciarazzi multipli (MLRS), obici semoventi PzH 2000 e missili Stinger portatili.
L’attuale governo ha proseguito con invii di materiale più datato: blindati M113, veicoli Centauro con cannoni da 105 mm, Puma, veicoli Lince, nonché due costose batterie SAMP/T di difesa aerea (una fornita congiuntamente alla Francia), sistemi radar e apparecchiature per contromisure elettroniche.
Sul piano industriale, è stata incentivata la collaborazione tra aziende italiane e ucraine: Leonardo ha aperto una filiale locale; Fincantieri è incaricata di progettare una rete di protezione per il porto di Odesa e partecipa a un programma europeo congiunto sullo sviluppo di droni; Rheinmetall Italia produce cannonieri antiaerei per Kyiv con finanziamenti tedeschi.
Entro ottobre Roma dovrà rispettare l’impegno preso con Parigi per dotare l’Ucraina di uno scudo missilistico: il piano prevede la vendita di sistemi radar, la consegna di quattro batterie SAMP/T NG di nuova generazione, il trasferimento di missili intercettori Aster 30 e la loro produzione su licenza. Il progetto è finanziato con fondi europei e mira a offrire un’alternativa ai sistemi Patriot statunitensi, che l’amministrazione Trump non fornisce più.
L’Ucraina valuta positivamente anche l’attività diplomatica italiana a Bruxelles, ritenuta decisiva per superare i veti che bloccano l’iter di adesione all’UE e l’approvazione di finanziamenti essenziali. Tuttavia, le divisioni interne alla maggioranza e le tensioni con l’Eliseo hanno limitato la partecipazione di Roma ad altre iniziative multilaterali.
Nell’estate del 2025 l’Italia si era inizialmente unita alla «Coalition of the Willing» lanciata da Londra e Parigi per garantire sicurezza a Kyiv; Crosetto e Tajani avevano anche ipotizzato l’impiego di forze italiane per bonificare mine su terra e mare. La proposta è stata però rapidamente accantonata. Da allora il governo ha escluso l’invio di truppe anche in caso di un accordo di pace.
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