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giovedì 29 Luglio 2021

Tre casi di Covid variante inglese in Veneto, due a Treviso e uno a Vicenza. «Contagiosità più elevata»

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Nelle sequenziazioni del virus Covid finora fatte in Veneto (37) sono risultate, dalla scorsa estate, 8 varianti di genotipi diversi di Covid: mai quella inglese che si è però palesata negli ultimi giorni. A dirlo nel corso del punto stampa regionale del presidente del Veneto Luca Zaia, è la dottoressa Antonia Ricci, direttrice dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie. «In questi ultimi 5 giorni sono stati trovati, attraverso una modalità più rapida di identificazione, 3 pazienti che avevano avuto contatti con il Regno Unito, due donne e un uomo. Due a Treviso e uno a Vicenza». Sono persone giovani, due sarebbero studenti e un quarantenne, dai contatti dei quali sarebbe risultato un quarto positivo al Coronavirus “inglese”. «Tutti presentano febbre, e sono stati testati per questo: rientravano dalla Gran Bretagna e manifestavano sintomi tipici dell’influenza. Tutti sono stati messi in quarantena», ha aggiunto la dottoressa Francesca Russo, a fianco a Ricci, per aggiornare sulla situazione Covid in Veneto.

«I virus della prima ondata sono diversi da quelli della seconda ondata – hanno spiegato i medici, assieme al dottor Roberto Rigoli – Ora il virus da noi presente ha una mutazione che lo rende più contagioso. Sono state anche isolate delle tipologie, almeno due, che non esistono nel resto d’Italia e questo fa pensare a una tipicità territoriale, da verificare. Abbiamo trovato altre varianti singole con alta contagiosità che possono spiegare i maggiori contagi in questa regione». La dottoressa Ricci mostra attraverso alcune tabelle, nelle quali con vari colori si distinguono le varianti di virus, che queste cambiano appunto oltre che da Paese a Paese anche tra aree e potrebbe spiegare taluni picchi di contagio in zone particolari che si sono verificati in Veneto, come Asolo ad esempio (Treviso). «È importante caratterizzare i virus per seguirne l’andamento e mettere a disposizione i dati, pubblicamente – continuano – In Veneto abbiamo un progetto per seguire e analizzare i virus e vedere come cambiano, mettendo in atto modalità di controllo». In tutti i casi di positività alla variante inglese, di cui sono stati tracciati i contatti e attivate le quarantene, «il tampone fatto è il rapido antigienico che ha funzionato anche per la variante inglese, poiché cerca la proteina N e non la Spike».

Per il dottor Luciano Flor, nuovo direttore generale della Sanità della Regione Veneto, «questa ondata è particolarmente epidemica, possiamo adottare ogni misura ma né la quarantena né lo studio sofisticato possono sostituire il comportamento individuale». «Abbiamo messo a punto dei test mirati che identificano il tratto genetico solo nel pezzettino caratterizzato dalla variante del virus. Anche se avremo poi bisogno di analizzare l’intero genoma – spiega Ricci – Ora sono stati mandati allo Zooprofilattico i campioni da febbraio di tutte le Uls: una decina al mese per ogni Ulss, così ricostruiamo. I tamponi devono essere suddivisi per: asintomatici, sintomatici, se sono stati ricoverati, la terapia, compresi i deceduti». «Andranno a costituire un banca dati regionale, siamo gli unici in Italia finora – afferma Zaia – abbiamo fatto una delibera ad hoc con stanziamenti intorno ai 300 mila euro. Ci siamo mossi a luglio». La variante inglese risulterebbe più contagiosa ma non resistente al vaccino che ridurrà la pressione infettante e lo monitoreremo», conclude Ricci.

Antonella Gasparini

 

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