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Covid, non si può sciare. Gli operatori: “18 gennaio deadline”

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Covid, non si può sciare ancora. L’apertura prevista per il 7 gennaio dovrà essere rinviata.
Operatori e amministrazioni dell’arco alpino chiedono ora con forza una data certa di apertura degli impianti di risalita ma anche ristori per lavoratori e aziende.
E’ una voce unica, dal Trentino alla Valle d’Aosta, che si alza dopo la lettera che il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ha inviato ai ministri Francesco Boccia e Giuseppe Speranza chiedendo il rinvio dell’apertura della stagione dal 7 al 18 gennaio.
“E’ una deadline”, dicono. “Adesso serve certezza”, commenta l’assessore al Turismo della Provincia autonoma di Trento, Roberto Failoni. “C’è stato un segnale di grande responsabilità delle Regioni con l’approvazione del protocollo impianti che ha recepito i suggerimenti del Cts. E penso di poter dire che le Regioni hanno fatto anche un assist all’esecutivo, perché in teoria si doveva ripartire il 7 gennaio: ora è il governo che deve fare gol e indicare una data di partenza certa”.
“Una cosa deve essere chiara: il mondo della montagna invernale non si organizza in 24 ore e soprattutto i lavoratori e le aziende hanno diritto di avere delle risposte rapide. Anche sul versante dei ristori”.
Il tema, però, è anche quello della concorrenza delle altre località sciistiche europee che si pongono molti meno scrupoli. Impianti aperti in Austria, ad esempio,

e c’è la preoccupazione che forza lavoro qualificata – persone con le patenti per far funzionare gli impianti, i maestri di sci, che non lavorano da marzo – vada altrove a cercare reddito.
Ma tutto il settore denuncia l’interruzione dell’indotto: il personale dei ristoranti e degli alberghi, il commercio, e atutto il resto. “La questione non è rinunciare allo sci, ma tutti i posti di lavoro che ci sono in ballo. In questo modo mandiamo a picco la montagna”, dice Valeria Ghezzi, presidente di Anef, cui fanno capo circa il 90% delle 400 aziende funiviarie italiane, distribuite sia nei territori alpini, sia in quelli appenninici, sia nelle isole.
1.500 impianti fanno una forza lavoro stimata di circa 13.000 unità, tra fissi e stagionali, nel periodo di piena attività. “Noi come categoria – afferma – non abbiamo avuto nulla a marzo e nulla fino ad oggi. I maestri di sci, forse, ad aprile avranno preso i 1.000 euro per le partite iva. Secondo me quello che a Roma non è ancora chiaro è che per noi questi quattro mesi di stagione invernale valgono 12, perché l’estate, sul fatturato annuo, incide solo per il 5-10%. Quindi il 90% lo facciamo d’inverno, fino ad aprile”.
“Se non ci mettono nelle condizioni di lavorare, bisogna che ci siano i ristori,

come negli altri Paesi europei. Sappiamo che la coperta è corta, ma se non possiamo lavorare e se i ristori non arrivano qui è un disastro”, aggiunge Giampietro Ghedina, sindaco di Cortina.
Tutti sperano di poter aprire la stagione sciistica almeno per metà gennaio, una data che è un punto di non ritorno, spiega ancora Ghedina, il quale sottolinea che ci sono dei costi da programmare e del personale da trovare: il 18 gennaio, avverte, rappresenta una “deadline oltre la quale è difficile andare”.
E’ una sorta di “scadenza” quella data, come ricorda anche Luigi Bertschy, vicepresidente della Regione Val d’Aosta e assessore allo Sviluppo economico, formazione e lavoro: “Questa data la riteniamo l’ultima per poter dare un senso a questa stagione invernale e per programmare sia le assunzioni che le aperture degli impianti. D’altro canto, per la prima parte della stagione

servono ristori per le società di impianti a fune, per i maestri di sci, per tutti gli operatori che in questo periodo sono rimasti fermi e senza reddito”.

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