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Augura la morte alla figlia di 8 anni della Meloni in un post, professore nei guai

Un nuovo, inquietante capitolo dell’odio sui social si è scritto nelle ultime ore, quando un messaggio pubblicato su Instagram ha superato ogni limite del confronto civile, spingendosi fino alla minaccia nei confronti di una bambina. Una bambina di appena otto anni, Ginevra, figlia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A scrivere quel post carico di […]

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Un nuovo, inquietante capitolo dell’odio sui social si è scritto nelle ultime ore, quando un messaggio pubblicato su Instagram ha superato ogni limite del confronto civile, spingendosi fino alla minaccia nei confronti di una bambina. Una bambina di appena otto anni, Ginevra, figlia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A scrivere quel post carico di livore, secondo quanto accertato dalla polizia postale, è stato un professore campano, 65 anni, insegnante di lingua tedesca in un liceo di Cicciano, in provincia di Napoli.

Il contenuto del messaggio ha scioccato l’intera opinione pubblica: l’uomo ha augurato alla piccola Ginevra la stessa tragica sorte di Martina Carbonaro, la quattordicenne di Afragola assassinata brutalmente dall’ex fidanzato. Un riferimento macabro, reso ancora più crudele dal fatto che provenga da chi dovrebbe essere educatore, esempio, guida. Non un cittadino qualunque, dunque, ma un professore che, pubblicamente, si dichiara dipendente del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MiM).

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Il ministro Valditara: “Chi tradisce il suo ruolo sarà sanzionato”

Le reazioni non si sono fatte attendere. Tra le prime, quella del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha condannato con fermezza il gesto e preannunciato sanzioni esemplari: “La figura del docente è di straordinaria importanza nella formazione dei giovani, non solo nell’impartire saperi ma anche nell’educare al rispetto verso gli altri. Non possiamo più tollerare comportamenti di singoli che tradiscono il decoro e la dignità di una professione così delicata”.

Parole nette, che lasciano presagire un procedimento disciplinare imminente, che si affiancherà all’inchiesta penale già aperta dalla Procura di Roma per minacce aggravate. L’autore del post, interrogato dalla polizia postale, ha ammesso le proprie responsabilità. Intanto il suo profilo Facebook — ora oscurato — mostra una lunga serie di contenuti politicizzati, insulti contro la premier, e frasi apertamente offensive, tra cui appellativi come “nana”, “pescivendola” e “fascista”.

Giorgia Meloni: “Non è scontro politico, è odio ideologico”

Profondamente colpita, la premier Meloni ha rotto il silenzio nella serata di ieri con parole accorate: “Questo non è scontro politico, non è nemmeno rabbia. È qualcosa di più oscuro, che racconta un clima malato, un odio ideologico, in cui tutto sembra lecito, anche augurare la morte a un figlio per colpire un genitore. Ed è contro questo clima violento che la politica, tutta, dovrebbe sapersi unire”.

Una dichiarazione che riflette non solo l’indignazione personale, ma anche la crescente consapevolezza che certi confini siano ormai stati oltrepassati nel dibattito pubblico. L’odio non risparmia più nulla: non le famiglie, non l’infanzia, non la dignità umana.

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Reazioni unanimi dalla politica

Dal governo all’opposizione, la condanna è stata unanime. Fratelli d’Italia ha denunciato per primo il contenuto del post, rimosso poco dopo la pubblicazione. A seguire, una pioggia di dichiarazioni bipartisan: da Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, presidenti di Senato e Camera, ai vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, che hanno definito il gesto “ignobile” e “ripugnante”. Anche Arianna Meloni, sorella della premier, ha espresso pubblicamente il proprio sdegno: “Tutto lo sdegno possibile! La condanna sia unanime e forte”.

Importante e significativa anche la posizione dell’opposizione. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha scritto: “Orrende e inaccettabili le minacce ai figli di Meloni e Piantedosi. Il confronto politico non può trascendere in odio e intimidazione personale”. Sulla stessa linea Maria Elena Boschi, Carlo Calenda e Giuseppe Conte, che ha ricordato di essere stato lui stesso vittima di attacchi social simili in passato.

Il precedente: l’odio contro Ginevra non è nuovo

Non è la prima volta che la figlia della premier viene coinvolta, suo malgrado, in attacchi d’odio. Già nel novembre 2022, poco dopo l’insediamento a Palazzo Chigi, Ginevra era stata bersaglio di insulti in rete. Episodi simili si sono ripetuti nell’agosto 2024, durante un viaggio ufficiale in Cina. All’epoca, la frase “Kill Giorgia e Ginevretta” comparve sui social e fu oggetto di indagine da parte della polizia postale.

Lo staff della premier ha comunicato che non verranno aumentate ulteriormente le misure di sicurezza, già oggi gestite al massimo livello dai servizi dell’Aisi.

Il sindaco di Marigliano: “Un gesto vergognoso, inaccettabile”

Dal territorio arriva anche la presa di posizione del sindaco di Marigliano, comune di residenza del professore: “Non conosco il cittadino che ha scritto quel post violento, ma non ho difficoltà a condannare con assoluta fermezza il suo delirio” ha dichiarato Gaetano Bocchino. “Trovo assurdo che un insegnante usi un linguaggio del genere. È l’esempio di tutto ciò che la politica deve evitare: la violenza, l’insulto, la contrapposizione cieca”.

Sanzioni in arrivo: licenziamento possibile

Sulla posizione del docente si è espresso anche Severino Nappi, capogruppo della Lega in Consiglio regionale della Campania, chiedendo esplicitamente il licenziamento immediato: “È intollerabile che un insegnante, che dovrebbe diffondere valori positivi, si distingua per l’odio che semina”.

Il caso è ora nelle mani della giustizia. Ma al di là della vicenda personale, resta l’urgenza di una riflessione più ampia. La scuola, come istituzione educativa, è chiamata oggi a interrogarsi sul ruolo dei suoi protagonisti. E la società nel suo complesso deve porsi una domanda: davvero siamo disposti a tollerare che il dissenso si esprima nella forma più vile, quella dell’attacco ai figli?

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  1. Mio figlio fu bullizzato in un famosissimo ed importante liceo classico da un docente. Cadde in anoressia e depressione. Non dormiva più e vomitava per paura del docente. Quando andai dal preside, venni accolto nel suo studio e sullo scrittoio, ben in vista, c’era la biografia di Lenin. Il preside ci propose immediatamente la bocciatura del ragazzo.
    All’istante, non tanto per la bocciatura, quanto per lo show di Lenin, decisi di ritirare mio figlio e farlo studiare in educazione parentale e, con molta soddisfazione, dico anche con risultato positivo.
    Quella scuola non ci rappresentava.

  2. E questi sono i docenti cui affidiamo i nostri figli. Quelli che dovrebbero educarli alla storia, alla politica e alle conseguenze delle azioni nella società. E invece fomentano solo odio contro una bimba che non ha nessuna colpa. Poi però sono sicuro che il tizio milita in prima fila ad ogni vento con tanto di cappellino e bandiera.
    Cominciamo a togliere questi personaggi dalle scuole.

  3. L’educazione non è ideologia, ma responsabilità

    Affidiamo i nostri figli alla scuola perché devono imparare, crescere e sviluppare il loro pensiero critico. Devono apprendere a leggere e scrivere con competenza, non essere vittime di indottrinamenti personali o politici. La scuola non è un palco per ideologie, ma un luogo di formazione e rispetto.

    Gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale nella crescita delle nuove generazioni e devono incarnare i valori di educazione, civiltà e rispetto. Esprimere odio contro una bambina è un gesto che supera ogni limite e che non può essere tollerato.

    Non siamo più nel ’68: la scuola deve essere un ambiente sicuro, dove conta la qualità dell’insegnamento e non le opinioni personali. Chi tradisce questo principio non dovrebbe avere più il diritto di insegnare nelle scuole pubbliche.

    Curioso però notare come, in passato, ci sia stato chi ha invocato il carcere per una maestra solo perché aveva mostrato un po’ di pelle in una foto privata. Eppure, oggi, ci troviamo davanti a un caso ben più grave: un professore che augura la morte a una bambina, e si discute ancora su quali siano le giuste conseguenze. Forse è il momento di definire, con chiarezza, le vere priorità nell’educazione e nella tutela dei nostri figli.

    La giustizia farà il suo corso, ma occorre una riflessione profonda su chi educa i nostri figli.

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