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Trump e Putin: Quella strana coppia

Nella scacchiera della geopolitica contemporanea, la storia sembra non insegnare, ma soltanto ripetersi in un loop di errori di valutazione. Vladimir Putin e Donald Trump, pur appartenendo a mondi e sistemi ideologici formalmente contrapposti, appaiono legati da un singolare filo rosso: l’illusione che la potenza militare possa piegare la realtà in pochi giorni. L’errore speculare […]

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Nella scacchiera della geopolitica contemporanea, la storia sembra non insegnare, ma soltanto ripetersi in un loop di errori di valutazione. Vladimir Putin e Donald Trump, pur appartenendo a mondi e sistemi ideologici formalmente contrapposti, appaiono legati da un singolare filo rosso: l’illusione che la potenza militare possa piegare la realtà in pochi giorni.

L’errore speculare e l’illusione della “guerra lampo”

Il parallelo tra le due figure è impressionante per ingenuità strategica.

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  • Putin e l’Ucraina: Nel 2022, il Cremlino immaginava una “operazione militare speciale” risolutiva in una manciata di giorni. Quattro anni dopo, la realtà è una guerra di logoramento nel Donbass, dove il progresso territoriale è misurato in metri e il costo umano è insostenibile. La resistenza ucraina, sottovalutata fin dal primo giorno, ha trasformato l’ambizione imperiale in un pantano strategico.
  • Trump e l’Iran: Nonostante l’evidenza del fallimento russo, l’approccio di Trump verso l’Iran sembra ricalcare lo stesso schema fallace. L’idea che una campagna di bombardamenti mirati potesse provocare un collasso interno del regime teocratico si è scontrata con l’effetto opposto: la compattazione della nazione attorno alla bandiera. Invece di indebolire la leadership iraniana, la pressione militare l’ha legittimata agli occhi di una popolazione spinta a chiudere le fila contro il nemico esterno.

Il paradosso dell’uranio e l’arma dello Stretto

La strategia di Trump si scontra contro due pilastri della realtà iraniana che l’approccio muscolare non ha scalfito:

  1. La questione nucleare: L’arricchimento dell’uranio non è stato fermato. Al contrario, la pressione statunitense ha paradossalmente spinto Teheran a celare meglio le proprie infrastrutture e la grossa quantità di uranio altamente arricchito già ottenuta, rendendo l’obiettivo della “denuclearizzazione” più lontano e pericoloso di prima.
  2. Lo Stretto di Hormuz: Trump ha inavvertitamente regalato a Teheran la carta vincente. Chiudendo o minacciando lo stretto di Hormuz, l’Iran ha acquisito un potere di ricatto globale che va ben oltre il nucleare: la capacità di paralizzare il commercio energetico mondiale. Questo ha trasformato l’Iran non in una nazione sotto scacco, ma in un attore regionale capace di mettere in ginocchio l’economia globale, elevandolo di fatto al rango di superpotenza asimmetrica.

Le tre vie di Trump: Un vicolo cieco strategico

Oggi, l’amministrazione Trump sembra trovarsi in una situazione in cui ogni passo successivo rischia di peggiorare il precedente, senza che esista una via d’uscita indolore:

  • L’invasione terrestre: Improponibile. La lezione dell’Afghanistan è scolpita nella pietra: conquistare un territorio è cosa diversa dal controllarlo. Il costo in vite umane e il rischio di un’insurrezione perenne rendono l’opzione militare tradizionale un incubo logistico e politico.
  • Il bombardamento infinito: È la strategia dell’immobilismo. Continuare a bombardare senza una visione politica non ha finora ottenuto nulla, se non rafforzare il consenso interno al regime iraniano e mostrare al mondo la limitatezza dell’efficacia bellica americana contro un nemico resiliente.
  • L’opzione nucleare: È il tabù insuperabile. Come la storia recente ci insegna, l’arma atomica mantiene il suo valore finché rimane nel silo come deterrente. L’uso effettivo significherebbe l’annientamento non solo dell’avversario, ma dell’ordine mondiale stesso. Nemmeno Putin, nonostante la retorica aggressiva, ha varcato questa soglia.

Conclusione: Il fallimento della dottrina del “tutto e subito”

Trump non ha imparato la lezione più amara di Putin: la geopolitica non è un affare a breve termine. La convinzione che la potenza bruta possa risolvere complesse crisi identitarie e strategiche si è rivelata un tragico errore di prospettiva.

Sia in Ucraina che in Iran, la forza militare si sta rivelando uno strumento spuntato. Senza una strategia che includa diplomazia, compromesso o una comprensione profonda della mentalità dell’avversario, la “strana coppia” dei leader al comando rischia di rimanere intrappolata nella propria retorica, lasciando in eredità al mondo non una risoluzione dei conflitti, ma un disordine globale sempre più difficile da governare.

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Luca Rubbis
Luca Rubbis
Scrittore, autore di numerosi libri, fotografo e creatore di contenuti digitali. Esploro il mondo per catturarne l’anima autentica, unendo la forza delle immagini alla profondità delle parole. Tra grandi viaggi e i dettagli nascosti di Venezia, fermo l'istante per raccontare realtà storiche, turistiche, culturali, artistiche e sociali, dando voce a ciò che spesso resta silenzioso. Sul mio blog (www.raccontaviaggi.it) trasformo l'esperienza del viaggio in una forma di conoscenza e narrazione senza tempo. “Catturare immagini per liberare parole.” mail: rubbis@libero.it
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