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C’era già stato il Sessantotto con la sua “ventata liberatoria”, ma, contrariamente a ciò che si è soliti pensare, aveva riguardato soprattutto gli studenti e pochi altri giovani politicizzati, critici nei confronti della società e in rotta per lo più con la propria famiglia. Mentre per la stragrande maggioranza dei giovani veneziani le cose erano rimaste, in un certo qual modo, tali e quali come prima.
E, come prima, essi dovevano fare i conti con una famiglia e una società oltremodo autoritarie e repressive e subirne naturalmente i condizionamenti e le regole, che non erano affatto cosa dappoco: i divieti, le censure, le minacce e, in taluni casi, finanche le punizioni non si contavano ed erano stabilmente, sia per i ragazzi che per le ragazze, all’ordine del giorno.
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Tutto ciò suonerà familiare a più di qualche lettore o lettrice della mia generazione e richiamerà sicuramente loro alla mente, oltre che la propria giovinezza, il martellamento quotidiano a cui venivamo sottoposti allora non solo in casa, da parte dei genitori, ma talora anche per strada o in pubblico da parte di illustri sconosciuti che, sia pure per un nonnulla al di là della norma comune, non si peritavano di intervenire: redarguendoli severamente e sindacandone il comportamento, forti del fatto di essere delle persone “più grandi”, e quindi assolutamente da ascoltare e rispettare, nonché del fatto di richiamarsi alla morale corrente che non dava adito a dubbi di sorta e a cui, volenti o nolenti, occorreva conformarvisi.
Per le giovani coppie desiderose di scambiarsi qualche intima effusione che non fosse il solito casto bacio da innamorati “a stampo”, a malapena tollerato in pubblico, a Venezia, in quegli ultimi anni sessanta, la situazione non era perciò delle più felici ed era ancora, senza tema di esagerare, ad anni e anni luce dalla situazione di cui godono, invece, le giovani coppie di oggi.
Fortunatamente c’erano quelle che ancora oggi vengono denominate le “sconte” o le “fodre”: cioè le calli morte, quelle calli che non portano da nessuna parte e che, proprio per questo, sono poco frequentate; oppure certi luoghi periferici, o comunque defilati rispetto alle zone della città maggiormente frequentate, come le Zattere, la Punta della Dogana, le Fondamenta Nuove, la pineta di Sant’Elena etc. dove soprattutto d’inverno, dopo che era calata la sera, difficilmente capitava d’incontrare anima viva.
E le giovani coppie di allora erano solite approfittare di tutto ciò per concedersi quell’intimità e quella riservatezza che, ancorché fossero imposte, a rigore, dal costume e dalla morale prevalenti in quegli anni, erano anche nel contempo, tuttavia, un’esigenza che esse stesse, in genere, ricercavano volontariamente: oltre che scevre da esibizionismi di sorta, infatti, esse vi tenevano a che i propri fatti personali più intimi e privati, a differenza di quanto non accada oggigiorno sui social o su certe trasmissioni televisive, rimanessero tali e non sbandierati ai quattro venti senza il benchè minimo ritegno.
Enzo Pedrocco
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Molto interessante.
Troppe stagioni fa quando passeggiavo con lei in questo mio familiare labirinto urbano o lungo quell’ampia riva alberata, ultima propaggine verso il Lido…talvolta una magica nebbia invernale avviluppava tutto e noi, teneramente abbracciati. Complice intrigante ci mescolava, sciogliendoci in quella incantata atmosfera, naturale elemento, fatale aura vitale di quei muri, canali, rive, ponti, acque. I rumori intorno: metafisici, misteriosi, affogati in un’altra dimensione.
Io perdutamente immerso in quei momenti con entusiasmo del cuore come in una calda notte estiva di infinito cielo stellato, ma era lei l’ignara sacerdotessa che mi conduceva in quella straordinaria esperienza di interiori sensazioni.
Anche oggi la medesima invernale umida sordina avvolge come allora tutto e questi spazi che ancora mi corrispondono e io, sempre uguale e diverso. Ma ahimè, assai diverse sono anche le sensazioni che io provo, non più ammiccante familiarità, intrigante complicità: un grave velo pietoso io sento, un drammatico sudario che la natura stessa stende su questa mia straziata città, terra di conquista , gravemente offesa da “gente zotica e vil” non da lontano in armate orde discesa, ma nostrani provinciali bottegai che di essa stanno facendo un drammatico scempio.