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Jesolo, Padova, Monreale, tre episodi di cronaca in poco tempo: possibile che ci siano così tante armi attorno a noi?

E’ un’Italia armata? Ma gli episodi di cui si parla nei Tg e sui quotidiani sono un problema solo nazionale se si sono registrati fatti anche a Jesolo e a Padova? E non è più solo una questione di criminalità organizzata. E’ la “piccola delinquenza” – anche se per chi si trova nella sventura di […]

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E’ un’Italia armata? Ma gli episodi di cui si parla nei Tg e sui quotidiani sono un problema solo nazionale se si sono registrati fatti anche a Jesolo e a Padova? E non è più solo una questione di criminalità organizzata. E’ la “piccola delinquenza” – anche se per chi si trova nella sventura di subire non è mai piccola – che va in giro armata. Per esempio di coltelli, quando “va bene”. Attorno a noi, nelle strade delle nostre città, circolano sempre più armi: vere, finte, a salve, l’importante è intimidire, controllare, ferire, e la differenza, per chi si trova davanti a una pistola o a un fucile, non esiste. Il terrore è lo stesso.

Tre episodi in poco tempo in tre città profondamente diverse, ci rilasciano una fotografia di un territorio che sembra abituarsi troppo rapidamente alla presenza delle armi nella vita quotidiana. A Jesolo, giovani con un AK-47 seminano il panico tra i turisti; a Padova, sette colpi sparati da un’auto terrorizzano il centro; a Monreale, una rissa si trasforma in un massacro a colpi di pistola.

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Tre fatti diversi, accaduti in realtà diverse, ma uniti da un filo comune: l’uso disinvolto delle armi per alimentare insicurezza, paura e violenza reale. Un problema che non si può più ignorare.

Jesolo: dalle mani dei giovani spunta un fucile

A Jesolo, sabato sera, nella zona di piazza Trieste, il caos scoppia all’improvviso: alcuni giovani a bordo di un’auto esibiscono quella che sembra un’arma da guerra.
I passanti, terrorizzati, chiamano subito la Polizia Locale che, con il supporto dei Carabinieri, riesce a fermare l’auto: a bordo cinque giovani del territorio Bellunese, tra i 24 e i 31 anni, quattro dei quali con precedenti per reati contro il patrimonio e in materia di droga.

Il fucile, una replica di AK-47, inoffensiva ma senza il previsto tappo rosso, viene sequestrato insieme a migliaia di pallini da softair e a un coltello a serramanico. Il conducente, è positivo all’alcoltest, quindi si vede invece ritirare la patente.
Per i quattro pregiudicati scatta anche l’allontanamento da Jesolo, secondo le nuove misure delle “zone rosse” di sicurezza urbana. Forse una bravata, certo, ma il rischio che un gesto del genere inneschi reazioni violente è altissimo.

Padova: sette spari da un’auto in corsa

A Padova, la paura si diffonde poco prima della mezzanotte. Un’auto attraversa piazza Mazzini a velocità sostenuta, mentre dal finestrino si sentono chiaramente esplodere sette colpi di pistola. La scena richiama immediatamente l’intervento delle Volanti della Polizia, ma sul posto gli agenti trovano solo i bossoli a salve.

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Le indagini permettono di risalire rapidamente al responsabile: un giovane albanese di 22 anni, che a casa nasconde una pistola a salve calibro 8 e 17 cartucce. Il responsabile confessa senza troppi giri di parole: «Volevo solo fare uno scherzo».

Denunciato per procurato allarme e esplosioni pericolose, il giovane diventa l’emblema di un pericoloso fenomeno: l’abbassamento della soglia della paura e della responsabilità legata all’uso delle armi, vere o simulate che siano.

Monreale: la rissa si trasforma in strage

In Sicilia, invece, l’epilogo è tragicamente concreto e reale.
A Monreale, una discussione nata per una guida spericolata con il motorino tra la gente degenera in pochi minuti in una violenta rissa. Poi, all’improvviso, si ode il crepitare dei colpi di pistola: circa venti spari, cinque ragazzi a terra.

Salvatore Turdo, Massimo Pirozzo e Andrea Miceli — tutti poco più che ventenni — muoiono sotto gli occhi attoniti dei presenti.
Due altri giovani, feriti, sono ricoverati in ospedale.

Gli inquirenti stanno ricostruendo l’accaduto grazie alle immagini delle telecamere di videosorveglianza, mentre il sindaco ha dichiarato il lutto cittadino e ha annullato le celebrazioni del Santissimo Crocifisso.

L’arcivescovo Gualtiero Isacchi ha parlato di un dolore che impone una riflessione collettiva: «Queste morti chiedono e meritano una risposta personale da parte di ciascuno di noi».

Dalla paura alla tragedia: quale risposta?

I fatti di Jesolo, Padova e Monreale non sono isolati. Sono il sintomo di una società in cui l’arma — vera o finta — è diventata troppo facilmente uno strumento di espressione, di sfogo, di intimidazione.

Servono controlli più rigorosi, certo. Si può parlare anche di cultura della responsabilità che parta dalla scuola, dalle famiglie, dai media. Ma se i soggetti coinvolti provengono da altre realtà, dove forse è questa la normalità, ogni deterrente che non siano leggi severe e repressione non agevolano l’adattamento.

Mario Nascimbeni
Mario Nascimbeni
Giornalista professionista, collabora con testate nazionali. Ha base operativa a Roma, ma la sua professione lo porta in ogni parte del mondo.
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La discussione è aperta: una persona ha già commentato

  1. Purtroppo è molto semplice procurarsi delle armi , più facile che trovare alcuni farmaci al giorno d’oggi .
    Il rimedio ? Come si fece tempo fa negli usa: consegnare anonimamente armi detenute illegalmente alle forze dell’ordine ( che davano un centinaio di dollari in cambio ) per un certo periodo poi divieto assoluto e carcere per chi viene trovato in possesso di armi per strada

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