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Che gli antidepressivi con componente serotoninergica provochino disturbi sessuali non è una novità; solitamente tali disturbi cominciano immediatamente e persistono per tutta la durata della terapia. Consistono, in entrambe i sessi, in calo di desiderio e/o di eccitazione fisica e/o in disturbi dell’orgasmo come orgasmo ritardato o assente. Tutto questo è dovuto all’eccesso di serotonina che, in generale, ha effetto inibitorio su tutte le fasi della sessualità, dalla libido all’orgasmo. Solitamente tuttavia, con la sospensione del farmaco, tutto gradualmente torna come prima.
Vi sono però alcuni casi (e ancora non ne sappiamo la frequenza ma le segnalazioni sono in aumento) in cui al cessare della terapia i disturbi sessuali persistono, per mesi, talvolta per anni o indefinitamente.
Dal 2019, persino le case farmaceutiche sotto la pressione dell’ente europeo di controllo del farmaco hanno incluso tra i possibili effetti collaterali rari tale sindrome, denominata in gergo PSSD (dall’inglese Post Serotoninergic Sexual Syndrome). In realtà, tale sindrome, non è solo sessuale ma comprende anche disturbi cognitivi tipo nebbia mentale (un misto di stanchezza e calo di memoria) e ottundimento delle emozioni; caratteristicamente poi, oltre ai possibili disturbi sessuali, persiste o si presenta ex novo alla sospensione, una diminuita sensibilità tattile dei genitali e dei capezzoli, caratteristica questa ritenuta necessaria per fare diagnosi di PSSD.
Inizialmente, alle prime segnalazioni, si pensava che la PSSD fosse dovuta semplicemente a disturbi depressivi residui o ad un ritorno della depressione che solitamente porta con se anche un diminuito interesse per il sesso ma poi si è visto che i soggetti affetti da tale sindrome, prima della terapia, sebbene fossero ancor più depressi, sessualmente funzionavano, non avevano nebbia mentale e le emozioni, seppur penose, erano vive.
Talvolta, inspiegabilmente, la PSSD può comparire anche dopo la sospensione degli antidepressivi serotoninergici e, in rari casi, può sopravvenire dopo un uso brevissimo.
Tutto il complesso sintomatologico della PSSD ricorda un po’ l’ottundimento emotivo, cognitivo e sessuale presente durante la terapia con antidepressivi serotoninergici, sintomatologia notoriamente provocata dal calo di tono dopaminergico prefrontale (area della pianificazione) e limbico (area del desiderio) conseguenza di un eccesso di serotonina.
La domanda quindi è: se durante l’assunzione di un antidepressivo è normale avere disturbi sessuali, cognitivi ed emotivi perché una volta sospeso, in alcuni soggetti, tali disturbi persistono? E’ come se le modificazioni cerebrali indotte da un prolungato uso di serotoninergici si fossero scritte da qualche parte e rimanessero attive anche dopo la sospensione del farmaco.
In effetti, una delle più accreditate ipotesi per spiegare la PSSD è che le modificazioni cerebrali protratte indotte da un prolungato e continuativo uso di serotoninergici si siano scritte nel DNA; non certo come mutazioni genetiche stabili ma come reversibili legami epigenetici che controllano l’espressione dei geni.
Mi ha molto stupito il risultato di un lavoro scientifico che ha dimostrato nei topi come le madri affette da PSSD successiva alla somministrazione di antidepressivi, abbiano partorito topolini con sintomi simili (si sa che le modificazioni epigenetiche pur essendo reversibili sono ereditabili e così ereditabili diventano anche stili di vita e traumi dei genitori, che possono essere trasmessi alla prole).
In generale, la PSSD non sembra essere una sindrome ad alta frequenza anche se non se ne conosce la percentuale reale né si può prevedere chi la svilupperà; certamente chi ne è rimasto vittima ha la vita sessuale ed affettiva rovinata per un periodo più o meno lungo.
La mia raccomandazione dunque è la solita: non considerate gli antidepressivi come le pillole della felicità, essi vanno assunti solo nei casi di gravi patologie psichiatriche e mai per raggiungere la serenità in modo facile. Il benessere psichico si raggiunge a piccoli passi, con piccoli sforzi quotidiani mentre la tristezza, l’ansia e l’inquietudine sono stati d’animo transitori che, entro certi limiti, fanno parte del bagaglio emotivo normale di ogni essere umano e quindi, avendo una loro sicura utilità per l’individuo e per la specie, vanno accettati e temporaneamente sopportati.
A. Mercuri
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