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Follia & Omicidi, l’importanza dell’osservazione prima della tragedia

Le recenti stragi in cui, nel Milanese, un ragazzo diciassettenne uccide padre, madre e fratellino di 12 anni asserendo che si sentiva a disagio e cercava sollievo provando ad eliminare l’impiccio della famiglia; l’omicidio a Nuoro, da parte di un operaio forestale di moglie, due figli, il vicino di casa e il tentativo di uccidere […]

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Le recenti stragi in cui, nel Milanese, un ragazzo diciassettenne uccide padre, madre e fratellino di 12 anni asserendo che si sentiva a disagio e cercava sollievo provando ad eliminare l’impiccio della famiglia; l’omicidio a Nuoro, da parte di un operaio forestale di moglie, due figli, il vicino di casa e il tentativo di uccidere un terzo figlio e l’anziana madre; il diciassettenne, fan di Turetta, che uccide una donna di 42 anni dopo averla conosciuta tramite internet, a suo dire solo per vedere cosa si prova ad uccidere; l’africano che ammazza una donna a caso per strada chiedendole scusa mentre l’uccide. E tanti altri episodi più o meno recenti in cui non si intravvede una motivazione razionale, per quanto criminale, nell’omicidio.

Ho notato come la tendenza, da parte delle persone comuni e dei mezzi di informazione sia, non trovando un movente razionale, di generalizzare in senso sociologico questi episodi, cercando quindi di spiegarli sulla base di un’anaffettività diffusa nei giovani a causa di questo o di quello, una propensione ad uccidere come gioco, senza la comprensione immediata della consistenza reale del gesto.

Nessuno di voi lettori probabilmente, e nemmeno io, abbiamo conosciuto direttamente gli autori di tali omicidi ma la mia impressione è che, se avessimo avuto anche un breve colloquio con essi, ora saremmo meno meravigliati di ciò che hanno fatto; ho l’impressione cioè (ma ripeto, è solo una supposizione) che essi fossero affetti da malattie mentali gravi e ben note che predispongono al crimine, come ad esempio la schizofrenia, che aumenta di dieci volte il rischio di uccidere. E lo schizofrenico che uccide, di solito, non lo fa come un fulmine a ciel sereno ma nei mesi o negli anni precedenti al delitto, dà inquietanti segnali che non solo vanno colti ma che dovrebbero essere segnalati e per i quali si dovrebbe provvedere.

La schizofrenia, anche nella sua forma più leggera, provoca un profondo sconvolgimento nella vita del soggetto; sembra essere causata da un malfunzionamento dei lobi frontali che sono i direttori d’orchestra del nostro pensiero, delle nostre azioni e comportamenti nonché hanno una rilevante parte nell’affettività; il disordine mentale dello schizofrenico è paragonabile al chiasso di un’orchestra rimasta senza direttore. Lo schizofrenico inoltre, oltre ad essere predisposto a maturare deliri ed allucinazioni, ha anche una tipica freddezza affettiva che gli rende assai difficile il rapporto con gli altri perché non è in grado di sintonizzarsi emotivamente con l’altra persona, di capire gli stati d’animo propri e altrui e di adeguare le proprie risposte di conseguenza.

Lo schizofrenico, sin da giovane, colleziona di solito insuccessi e frustrazioni, spesso soffre di depressione e, cercando una causa per i propri fallimenti ripetuti, matura deliri di persecuzione soprattutto contro i famigliari ritenuti responsabili dei suoi insuccessi; o talvolta sente voci che gli comandano di agire in un certo modo e, talvolta, di uccidersi ed uccidere; tutto questo, pericolosamente abbinato a insensibilità affettiva, può portare il soggetto a non provare raccapriccio nell’uccidere i genitori con decine di coltellate pur non avendo mai prima usato violenza contro qualcuno. Attenzione: non sto dicendo che tutti gli schizofrenici uccidono ma che la malattia in sé porta ad un rischio di uccidere 10 volte superiore rispetto alla popolazione non schizofrenica.

Gli episodi suddetti quindi non andrebbero generalizzati in senso sociologico: le malattie mentali esistono e possono portare i soggetti affetti a compiere delitti assurdi ed efferati. Ma non esiste solo la schizofrenia, esiste anche la depressione grave col rischio di suicidio o, ancor peggio, esiste il “suicidio allargato” in cui il soggetto ritiene la vita talmente insopportabile da togliersela e toglierla alle persone che ama per non farle più soffrire a questo mondo: e il recente episodio della mamma che si getta nel fiume con la piccola figlia in braccio ne è un esempio.

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E ancora, esistono persone che stanno troppo male per poter continuare a vivere la vita di tutti i giorni e necessitano di un ambiente protetto che li accolga, li segua e li curi temporaneamente: una sorta di San Patrignano dedicato alle malattie mentali. Un piccolo mondo nel mondo: forse un mondo più sano e genuino in un mondo artificiale di folle competizione e fretta.

Mancano dunque in Italia ampie strutture dove i malati possano essere osservati quando danno pericolosi segni di squilibrio mentale associati ad evidente pericolo di violenza su di sé o sugli altri o dove chi, sebbene non violento, possa permanere tutto il tempo necessario alla guarigione. Citavo San Patrignano per dire che tali ampie strutture dovrebbero poter offrire spazio e tempo ai pazienti psichiatrici riabilitandoli alla vita non solo con gli psicofarmaci ma soprattutto col ricominciare da una vita più semplice, fatta di attività manuale e socializzazione.

E’ difficile, nel caso di malattie mentali gravi, risalire la china dalla disperazione alla serenità continuando a lavorare 8 ore al giorno in un ufficio davanti ad un computer in una città caotica e affidandosi solo ad una certa dose di psicofarmaci in corpo e qualche parola teorica di uno psicoterapeuta. Anche qui, attenzione: parlo di malattie mentali gravi cioè schizofrenia o depressione profonda, non certo di forme leggere di disagio psico-emotivo come ansia, insonnia o depressione leggera, disagi che possono e devono essere curati mantenendo la persona nel contesto in cui vive e lavora.

Penso sia necessario, in Italia, creare strutture di osservazione, cura e riabilitazione psichiatrica dove i pazienti malati gravi o potenzialmente pericolosi possano essere tenuti in osservazione e curati con le medicine, col lavoro e con la socializzazione, per tutto il tempo necessario ad una guarigione solida, stabile; attualmente invece, la psichiatria territoriale (in grave sofferenza tra l’altro) offre un’assistenza psichiatrica che lascia al paziente la libertà di curarsi o meno anche quando i famigliari segnalano il pericolo e, nel caso di malattia acuta e pericolosa (soprattutto per sé), offre solo brevi ricoveri in strutture di diagnosi e cura che non hanno certo il tempo e lo spazio necessario per osservare, curare e riabilitare un paziente psichiatrico grave, cosa che può richiedere mesi o anche anni.

A. Mercuri

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Dott. Angelo Mercuri
Dott. Angelo Mercuri
Angelo Mercuri, medico e psicoterapeuta, si è laureato e specializzato a Padova; vive e lavora tra Venezia e Mestre. Medico, psicoterapeuta e scrittore, si occupa principalmente di psicofarmacologia e del rapporto tra stile di vita, ambiente e disagio psico-emotivo. Sito internet:  www.angelomercuri.it      mail: info@angelomercuri.it
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  1. mi pare che ultimamente la tendenza di spiegare l’efferratezza di questi crimini con attenuanti patologiche consenta di sminuire la gravità dei fatti, anche nelle valutazioni delle pene, bisognerebbe invece abbracciare l’occhio per occhio dente per dente, e vedresti come migliorano di colpo tutti gli psicopatici

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