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sabato 23 Gennaio 2021

Zaia: «Dati Covid del Veneto strumentalizzati da più di qualcuno»

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«In Veneto la pressione si sente, abbiamo un’ospedalizzazione importante ma qui prendiamo in carico tutti i pazienti. La politica ha tentato di far partire la polemica sui contagi e sulle bare e le ispezioni hanno chiarito che l’obitorio di Montebelluna ha fatto da “service” per funerali che non si potevano celebrare subito, anche per la positività dei parenti. La verità è che i dati Covid del Veneto sono stati strumentalizzati da più di qualcuno. Invece gli ispettori hanno trovato perfino un posto di terapia intensiva in più, libero, rispetto a quelli da noi dichiarati. Il Veneto – ha affermato il presidente Luca Zaia oggi durante la diretta – non è la regione con più positivi, ma la regione che ha trovato più positivi, in relazione ai tamponi fatti». Le terapie intensive sono uguali a quelle della prima ondata, ha commentato il governatore.

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Zona rossa

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Intanto è emersa una tendenza all’appiattimento delle curva dei ricoveri, per le aree non critiche e anche per le terapie intensive. La conferma è arrivata anche dal direttore della sanità regionale, Luciano Flor. Si è parlato del tema delle classificazioni regionali nella riunione con il governo di lunedì mattina, 11 gennaio. «Ci dev’essere una voce univoca, l’Iss (Istituto superiore della sanità) decide e non è possibile che un istante dopo ci sia dibattito. C’è chi vuole la zona gialla, chi la arancione, scuole aperte o chiuse. Rispettiamo tutti ma ci deve essere una posizione scientifica. E sull’incidenza (casi ogni centomila abitanti), occorre poter allineare i dati regionali: se i dati non sono uniformi non è possibile paragonarli», ha detto il presidente del Veneto Luca Zaia.

«Le zone rosse o arancioni, è l’Istituto superiore della sanità a stabilirlo – ha ribadito il governatore veneto – l’incidenza ad oggi è attorno all’8%», ma c’è il tema dei tamponi somministrati (rapidi e molecolari). È come la differenza che c’è tra andare a pesca con la rete a strascico piuttosto che con la canna da pesca», ha detto Zaia rispetto alle positività riscontrate e che hanno spostato l’attenzione di tutto il Paese per la numerosità. E sul Veneto che rischia il rosso: «Ci saranno le restrizioni che devono esserci – ha affermato il presidente – ma il tasso di ospedalizzazione non è più alto rispetto ad altri territori, eppure non se ne parla». La zona arancione dovrebbe durare un paio di settimane, secondo il presidente, perché la misura di solito dura due settimane e la rossa tre. Il Dpcm del 15 non dirà nulla sulla classificazione. Il dato dell’incidenza dovrebbe essere passato in secondo piano, a seguito delle critiche per la scarsa comparabilità fra i dati dei territori. Probabilmente non verrà considerato quindi per la classificazione regionale, il dato sulle positività ogni centomila abitanti.

I 96 posti di Rianimazione liberi

«I dati delle terapie intensive e aree non critiche confermano che il tetto l’abbiamo avuto al 31 dicembre, da lì in poi c’è stato un calo – ha affermato intervenendo Flor – Ad oggi i posti liberi in intensiva, a stamattina, 11 gennaio, sono 96, di cui 45 Covid posti liberi in Rianimazione. Confermo un minore numeri di ricoveri in questi giorni, su un trend di 50 ricoveri in meno al giorno fra i non gravi, e 20 posti al giorno anche in terapia intensiva. Oggi comunque riprende l’attività chirurgica ordinaria perciò ci saranno alcuni posti occupati in più nelle Rianimazioni. I positivi al tampone vediamo che sono paucisintomatici (poco) e questo porta a minori ricoveri».

Assimilabilità dei test

Quanto alla diatriba fra regione e dottor Andrea Crisanti, sull’approfondimento diagnostico, per il dottor Flor: «non risultano studi ufficiali pubblicati». Sui tamponi, rapidi e molecolari, «accanto alle opinioni abbiamo una circolare del ministero molto chiara in merito – ha detto Flor sull’assimilazione dei test – Non avremmo potuto fare screening ad alti livelli come è stato nella seconda ondata, rispetto alla prima fase Covid, senza gli antigenici – ha ribadito il direttore sanitario – L’attuale stato dell’emergenza non può essere paragonato al precedente, quello iniziale. Abbiamo avuto il lockdown. Poi l’epidemia è aumentata vertiginosamente. E oggi abbiamo numeri che non si possono negare, malati e casi, che sono emersi dove avevamo più capacità di misurare e monitorare, di fare tracing e curare. Su questo il sistema non è contestabile. Chi invoca oggi la zona rossa o arancione dovrebbe invocare rigore nel comportamento individuale. E questo non lo vedo. Con la zona rossa la stretta sui comportamenti individuali sarebbe indubbiamente più stringente».

I morti

Flor replica a Crisanti sui morti che avrebbe detto: “Il Veneto ha dati che non tornano. I decessi sono più delle terapie intensive”. Flor replica che, «ci sono anche decessi a domicilio, non solo negli ospedali. I dati che forniamo all’Iss vengono utilizzati per decidere restrizioni maggiori. Ma noi agiamo in raccordo con questo organismo. La regione non si è mai scostata dalle decisioni dell’Iss».

I test antigenici di terza generazione

«I test antigenici hanno tre livelli. La prima generazione, a saponetta, la seconda, con la banda fluorescente che sono andati un po’ meglio, il terzo livello sono i test usciti da qualche mese che rilevano la positività in modo più sensibile – ha detto Rigoli -. Il documento del ministero ci dice che l’approccio del Veneto è in linea e che ha anche anticipato questo orientamento, assimilando la diagnostica. Oggi stiamo valutando l’ultimo strumento dell’ospedale di Genova che dà risposta in tre minuti ed è di terza generazione». «Oggi, se abbiamo un test rapido negativo di fronte al caso con sintomi, che porta al dubbio, per la circolare si può procedere con un approfondimento diagnostico con tampone di terza generazione o con il molecolare, per dubbio clinico, ha spiegato la dottoressa Francesca Russo della Prevenzione regionale -. In ogni caso la circolare prescriverebbe un aumento della frequenza del test, per sicurezza, in caso di dubbio sulla negatività del tampone rapido». «È la strada seguita dalla regione quando ha introdotto il test ogni 4 giorni per gli operatori delle case di riposo», ha detto Zaia. «In una situazione di alta prevalenza, cioè di veloce circolazione del virus, la frequenza dei test è funzionale alla necessità di ridurre il rischio sanitario pubblico – ha concluso Russo – l’obiettivo è trovare i veri positivi e non trascurare le negatività di fronte alla comparsa di sintomi, per il medico che fa la valutazione del caso». Elementi diagnostici accanto a quelli clinici, dunque, e analitici: anche i tamponi anche di prima generazione, fatti a distanza ravvicinata, avrebbero consentito comunque una più veloce individuazione dei contagi, secondo i medici.

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