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abbiamo il tema dei temi: la vecchiaia, la morte conseguente, il senso della vita. Accidenti, mica bruscolini.
Bergman ci ha girato il suo capolavoro, “Il posto delle fragole”. E invece Sorrentino inventa una coppia di vecchietti, uno completamente vuoto e uno apparentemente pieno, il primo alla ricerca di scamparla dalla morte, il secondo reo di aver voluto vivere la vita elle sue contraddizioni, di sporcarsi e quindi destinato a suicidarsi (e qui si riaffaccia alla mia mente il parallelo con le vicende dei due protagonisti di “Forrest Gump” film che pare non c’entri nulla con i lavori di Sorrentino e che io, invece, per follia personale, accosto sempre).

Il Ballinger di Caine (grande sì, come sempre, non è una sorpresa) in fin dei conti è un youth sorrentino XBOX2personaggio detestabile; perché questo arido musicista di mezza tacca dovrebbe essere graziato dalla condanna di vivere? Perché, alla fine del film, i suoi peccati devon essergli rimessi? Perché mai Ballinger dovrebbe essere il tedoforo dell’amore di vivere? E perché questo film-metafora deve essere realizzato con tale linguaggio? E’ davvero “lo stile di Sorrentino”, il “Sorrentino touch”? E anche se fosse (e in parte lo è) perché dovremmo giudicarlo valido? Perché il suo sì e quello di Muccino no?

Tanto in certi punti son completamente equivalenti (le inquadrature delle teste “pensanti” dello staff del regista-Keitel, degne de “L’ultimo bacio”, anzi peggio). E questo Sorrentino-touch perché dovrebbe essere esautorato da rampogne quando purtroppo dobbiamo sorbirci dialoghi altisonanti che nascondono una pochezza disarmante? Tra battute (ripetute) sulla prostata, paroloni per dire il Nulla, riflessioni con giovani attori californiani (il personaggio di Paul Dano è di rara inconsistenza, per non dire irritante con la sua aria di superiorità, tranne che nel colpo d’occhio di lui truccato da Hitler) che sono sparate e niente più.

Francamente non si può non ridere di una scena in cui Caine dirige le mucche, soprattutto perché laddove tra le acque di san Marco mancava il flacone del profumo, qui si percepisce l’assenza della tavoletta Milka. E non ci si può non irritare nel vedere una grande come Jane Fonda apparire in un cameo di rara prevedibilità: se ne parla per metà film di lei, della “favolosa attrice tutto genio e ignoranza”. E alla fine che abbiamo davanti agli occhi? Una Cougar sboccata che non capisce l’arte contemporanea e apre gli occhi a Keitel a colpi di “fuck!”.

Siamo nell’Arcadia dell’Ovvio. E tutto questo film è Arcadia; un mondo che non esiste, con relazioni che non esistono, un fraintendere i grandi temi e risolverli in estetica da spot. Il personaggio della figlia di Caine, la bellissima Rachel Weisz, ha paturnie da poco conto. Madalina Ghenea dovrebbe mostrare il vero volto della bellezza e invece è solo una Statua che ringalluzzisce le prostate di anziani, incorreggibili, sporcaccioni vecchietti(ma come, l’avevamo vista imbruttita apposta a metà film per farci percepire la sua intelligenza?).
E se è vero che un film sulla vecchiaia ha ben motivo di soffermarsi sulla prostata come commentare la “resurrezione” di quella di Caine, magari facendo un parallelo sul miracolo del monaco levitante? Eccetera eccetera eccetera
Che brutto peccato la vanità…

The Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico. Di Giovanni Natoli.

Youth
La Giovinezza
(2015) Paolo Sorrentino
Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Maialina Ghenea, Jane Fonda

giovanni natoli columnist la voce di venezia

Giovanni Natoli

16/08/2015

Riproduzione vietata

Youth, la Giovinezza. Sorrentino o delle vanità

Riproduzione Riservata.

 

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