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il regista abbia immediatamente piegato la testa verso un cinema formato esportazione. Di come verrebbe voglia di riconsiderare Muccino dopo aver visto film catatastrofici come “This must be the place” o quest’ultimo “Youth”. E non esagero a definirli catastrofici perché chi ne va di mezzo è il cinema stesso depurato dalla funzione di arte e deputato a veicolo di furbizia e belletto.

La Grande Vanità insomma; Sorrentino pare uno di quegli studenti che, sapendo copiare e youth sorrentino XBOX1sapendo orecchiare i temi prediletti dalla letteratura Alta, conoscendo le debolezze del suo professore, vanesio quanto lui, cuce volpescamente un tema in cui vengon organizzati astutamente tutti gli ingredienti per soddisfare la vanità del docente che in questo allievo astuto ma di poca sostanza rivede un po’ se stesso e se ne compiace, come di una seconda giovinezza.

Comunque, nonostante la libertà di giudizio che ho confessato in testa a questa riflessione su “Youth” devo anche fare una confessione: sono partito pieno di pregiudizi sul film. Sconfortato dai lavori seguenti “Il divo” e preallertato da un trailer che prometteva male, una locandina che era un mix di Susanna e i Vecchioni e le vecchie locandine dei film con Bombolo e Cannavale (che tempi quelli!) e da un coro di Osanna che oltretutto non han digerito la sconfitta del regista a Cannes e proprio dai fratelli Coen, fonte di ispirazione per quel bluff che fu “This must be the place” non potevo entrare in sala senza essere prevenuto. Ma in parte speravo di essere contraddetto: mi auguro sempre che quello che starò per vedere sia un bel film. Ahimè, il pronostico si è avverato. “Youth” rischia di essere il punto più basso di una già discutibile carriera d’autore.

Lo so, qualcuno potrebbe dire che il paragone con Fellini è un’ipoteca stupida e invalidante. Ma è inevitabile; Sorrentino stesso lo propone a piè sospinto. Niente di male ad avere dei maestri, son lì per quello, per essere utilizzati, scippati, aggiornati. Ma c’è differenza enorme di mezzi e di cuore tra il Grande Provinciale, poverissimo caricaturista del Marc’Aurelio, che aveva fatto della deformità lo strumento ideale per parlare, dal cuore della provincia, riguardo il nostro paese, se stesso, gli uomini e un primo della classe che non conosce affatto la dimensione del dolore di vivere ma si ferma allo spettacolo.

I corpi di Sorrentino sono epifanie atte a stupire e il cui senso nascosto è di poco spessore.
Che sia il corpo maestoso di Madalena Ghinea che passeggia sulle acque di piazza s. Marco mentre Caine annega (e manca solo la boccetta di profumo a chiudere il tutto) o la schiena da capodoglio istoriata con un tatuaggio di Marx del sosia di Maradona; la cifra di queste apparizioni ha perso ogni sapore, dato che Sorrentino finge di conoscere gli abissi dell’essere e invece li ha solo orecchiati.
Laddove in Fellini le sorprese dei volti bistrati che emergono dai fuori campo e ci guardano sono derivazioni del suo lavoro di vignettista e incursioni della follia così evidente del reale, evidente al punto di sfuggirci, in Sorrentino sono ormai cronicità di stile che stupisce lo spettatore inflazionato dall’estetica della pubblicità.

Il discorso del primo della classe che facevo prima: riproporre al medesimo docente la stessa formula. Tra vanesi ci si intende, perché rischiare? Inoltre se in Fellini c’era l’arguzia del ritrattista veloce e sagace in Sorrentino dobbiamo sorbirci mummie, corpi edonistici, carrellate lente e sontuose di maniera, silhouettes pst-post moderne coreografate secondo un’estetica di cinema risaputa e irritante.

Il Grande Tema: così come in “This must be the place” avevamo il nazismo e Pinocchio, qui …

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