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lunedì 20 Settembre 2021

Un Campagnolo a Venezia: la venezianità vista da un Millennial boy. Lettere

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UN CAMPAGNOLO A VENEZIA: la venezianità vista da un Millennial boy
Fin dai primi giorni di scuola superiore nel centro storico veneziano, il biglietto da visita da parte dei miei nuovi compagni e compagne di classe è stato questo:
-“Da dove ti vien, ciò?”
-“Chirignago, e ti de dove sito”?
-“Sito?? Haha sentì qua el campagnoeo”
-“Mmh…”
Questo è stato l’incipit della mia nuova avventura che ricordo con un certo affetto. Parole che suonano arroganti, e lo sono, ma non di certo cattive.
Da qui vorrei allacciarmi ad un discorso più ampio e complesso ma anche, per un certo senso fastidioso per un veneziano insulare. Specifico insulare, visto che a Brugnaro piace scrivere su Twitter “Le Città di Venezia” (lasciamo perdere).
Premetto, ciò che sto per dire può piacere o no, è la mia visione dei fatti tratta dalla mia esperienza di vita. Crescendo ho capito che il provincialismo non risparmia nemmeno gli (ultimi, ahimè) abitanti di una capitale millenaria che è tutt’ora un crocevia del mondo.
Non basta andare in barchino al Bacàn, uscire a bere in Erbaria o “in Campo”, fare il barbecue abusivo a Poveglia, mangiare al Do Forni una tantum o scrivere su Facebook “Treviso merda” per potersi definire veneziano doc.
Dunque, il mio sentimento

dapprima innocente verso questa realtà si è tramutato in una sorta di amore/odio con la transizione scuola-lavoro: commercianti cafoni, turisti ignoranti, sporcizia, malcostume, personaggi arraffoni e disonesti. Questo è il tessuto sociale che ho riscontrato esistere al giorno d’oggi. Ovviamente, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: io parlo in funzione delle mie esperienze nel settore terziario. Nulla a che vedere con quei bei anni vissuti all’Algarotti, conditi solo da qualche “ou, campagna” di troppo.
Grazie al mio interesse per la storia della Repubblica Veneta, nato verso l’ultimo anno di scuola superiore, ho imparato ad essere orgoglioso delle mie radici veneziane e tutt’ora leggo libri sulla Serenissima, visito musei ad essa attinenti in tutta la regione e vado “a caccia” di leoni di San Marco antichi: che siano ubicati nei centri delle nostre città e borghi o nelle nostre montagne venete più aspre, in Istria o nello Stato da Mar in vacanza… Beh, io ci sono. Il leone per me significa una cosa sola: casa.
Fa strano quando un mestrino si definisce ancora veneziano perché -mi figuro i vostri sguardi di indignazione dall’altra parte dello schermo- un tempo per riferirsi al Veneto e a Venezia si usava la stessa parola: Venetia. Infatti, Venezia è stata costruita dai padovani e trevigiani in fuga dai barbari. Si veniva

definiti veneziani dal Quarnaro a Bergamo, ora ci indigniamo se un asseggianese si autodefinisce veneziano.
Usare il termine veneziano e veneto erano la stessa cosa, basta vedere le iscrizioni sulle lastre delle chiese di cui siamo tappezzati!
Anche da qui ho capito l’enorme lacuna socio-culturale di cui soffre Venezia, una città svenetizzata a partire dal set-up dei propri musei, una lacuna camuffata da mero campanilismo becero. Ma la cosa è ben più grave ed è estesa anche nelle scuole e negli atenei, dove non si studia nulla a riguardo, o lo si fa con il preconcetto.
Chiusa questa disgressione, vi dirò che dà fastidio anche a me l’accezione contemporanea del definirsi veneziano poiché può portare a piccole incomprensioni: tristemente oggi i confini (secondo l’impostazione -in piccolo- del pensiero ottocentesco dello stato-nazione) contano più d’allora. Per questo motivo ho trovato un compromesso, dico a tutti di essere mestrino o veneziano di terraferma!
Tuttavia, ho provato tramite i miei studi da autodidatta a dare una spiegazione dell’arroganza -dai tratti romanacci- di alcuni dei suoi abitanti.
I fasti passati potrebbero giustificarla in corner ma se il più delle volte il sapere comune si ferma a: “Eh, na volta el doge te tajava ea testa se no ti rigavi drito” l’equazione non regge. Resta solo l’orgoglio del senso di appartenenza a qualcosa che non si sa nemmeno cosa fosse di preciso, della quale forse addirittura ci si vergogna un pochino.
Ribadisco il pensiero di cui sopra, che questo problema identitario a Venezia sia amplificato, più che in altre grandi città del mondo, dalla mala amministrazione, dai radical chic e da un’istruzione nazionale centralista che ci vorrebbe tutti uguali dalla Sicilia all’Alto Adige.
Dovremmo, prima di tutto, essere degni di portare un’eredità di tali dimensioni. Una dignità che,

prima da studente e poi da lavoratore per un totale di 14 anni, non ho riscontrato e non sto riscontrando nel veneziano medio costantemente assillato dal tran tran del turismo, facendo a gara a chi è il più disonesto, dal calcioscommesse e dalle slot machine, dalla faida della scelta del nome tra Unione Venezia e Venezia FC. Tutto si limita a questo?
Difficile trovare coetanei (under 30) che abbiano visitato musei e chiese del centro storico, seppur essendo in larga parte gratuiti per i residenti. Non mi stupisco che i Musei Civici rimangano chiusi. Durante questo periodo di chiudi tutto il tempo abbonda e, con i benefit da residente del comune di Venezia, ho colto l’occasione per fare delle lunghe passeggiate alla scoperta di campielli nascosti, mini gite verso isole come il Lazzaretto Novo e visite a chiese mai visitate prima, condito anche da qualche ritorno in altre.
Eppure, non ho mai trovato nessun giovane, nessun mio coetaneo in giro, se non al bar, anche se siamo tutti disoccupati o cassa-integrati. Solo qualche anziano del posto o qualche turista veneto, al massimo alcuni foresti temerari del covid-19.
Io vorrei dire alle persone che mi hanno dato, anche affettuosamente, del campagnolo che facciano una capatina al Palazzo Ducale (quando riaprirà) ogni tanto -io ci sono stato minimo 5 volte, pagante e non- o che parlino un veneziano non annacquato con l’italiano, dove “ancuo” diventa “ogi” e “pomo” diventa “mea”, tanto per cominciare. Sforziamoci nel quotidiano.




E no, non provo astio verso nessuno. Mi ritengo solo una persona sensibile e non posso restare indifferente e calmo davanti a ciò che mi circonda. Da operatore turistico, a volte, mi vergogno per il danno socio-culturale che ho inconsciamente contribuito ad arrecare -in piccolo- alla mia capitale per via del turismo di massa che tanti, compreso me, fa mangiare. I soldi non sono tutto.
Sarò anche un pendolare ma, andando controtendenza, ho provato a vivere qui nel 2020: so cosa vuol dire rincorrere lo spazzino alle 8 di mattina per dargli l’umido, so cosa significa andare in ansia con le sirene dell’acqua alta, muovere il carrello carico dal Conad fino a casa su e giù per i ponti e per le scale fino al quarto piano, so cosa sono le infiltrazioni d’acqua dai vicini che non vogliono fare i lavori, so (questo tramite amici) cosa vuol dire mollare tutto ed andare a salvare la barca ”che se ga picà”. Specifico tutto ciò per dire che le righe di cui sopra sono scritte con cognizione di causa: di impostori e tuttologi in giro per i social ce ne sono già troppi.
Ciao amici veneziani, vi voglio bene!
Firmato: un Campagnolo

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18 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. Ma quando mai si rincorre lo spazzino per dargli l’umido ? visto che la raccolta dell’umido a Venezia non viene fatta ? Se si raccogliessero queste “immondizie” si contribuirebbe forse ad abbassare la tariffa dell’asporto rifiuti, che viene aumentato per sopperire alla raccolta delle scoasse dei turisti. Per il resto, tante belle vacue parole.

  2. Capisco Milo, ma non lo condivido. Sono venezianissimo come lui, ma “campagnolo” ha ragione in pieno. Vi prego di cogliere anche i suoi presupposti culturali. Milo appartiene alla Venezia tristissima postnapoleonica, ora italiana. A questi Veneziani, umiliati, isolati, privati delle radici, è stato insegnato che il Veneto è altro da loro. E con i veneti è stata fatta la stessa cosa: divide et impera. Un Istriano, un Dalmata si diceva veneziano, o “venetus” (come Carpaccio); il che era lo stesso. “Venetus” era la cittadinanza comune da Bergamo a Zara, a Corfù.
    Oggi Venezia è una realtà provinciale e sfruttata dai suoi abitanti, la maggior parte terribilmente ignoranti e soprattutto immemori.
    Caro Milo, se davvero fossimo consci dell’eredità infinita che calpestiamo sui masegni, ci vergogneremmo ed avremo un senso di popolo, di Nazione veneta. Invece spenniamo turisti, portiamo degrado con paccottiglie, gelaterie e affittacamere e siamo italiani, nell’accezione peggiore possibile.
    W San Marco!

  3. Anche se l’autore della lettera sottolinea che non bisogna fare di ogni erba un fascio è esattamente quello che fa in questo testo.
    Inoltre parlare in funzione del settore terziario, il più grande della città di Venezia, è leggermente presuntuoso perché aperto a centinaia di sfumature.
    Venezia è sopratutto una città borghese, in cui non esiste periferia, in cui l’educazione è più alta della media e le scuole sono a un buon livello, compreso uno degli atenei universitari più importanti d’Italia, anche se purtroppo veramente poco valorizzato.
    Molto probabilmente tutti i Veneziani che hanno fatto le scuole medie ed elementari a Venezia sono stati a visitare i principali musei della città e personalmente la maggior parte delle persone che frequento lo continua a fare anche in età adulta.
    Forse, caro campagnolo, semplicemente non sei mai riuscito a trovare gli amici giusti. Pensa che io non conosco nessuno che abbia votato Lega, questo non significa che non ci siano persone che lo fanno, anzi.
    Mi dispiace che provi questa frustrazione nei confronti della città e posso assicurarti che spesso la provano anche i Veneziani, che vadano o no ai musei. Mi sembra però che la tua lettera sia più uno sfogo verso le persone poco sensibili, verso le persone che non condividono la tua visione del mondo, le tue passioni, i tuoi canoni, ma di queste persone è pieno il mondo. Disonestà, slot machine e faide per il calcio non stanno solo a Venezia, ma ovunque, di sicuro anche a Chirignago.
    Il mio consiglio per capire gli altri è quello di mettere in discussione prima di tutto se stessi.

    • Forse è Lei che è molto fortunato. Dei veneziani che hanno visitato i principali musei della città se ne contano ben pochi (dell’età citata dal signore che ha nviato la lettera) e su “l’educazione più alta della media” non vedo le tracce, prendendo un qualunque vaporetto i dialoghi dei nostri concittadini non sono certo diversi da quelli che può ascoltare in un bus “campagnolo”. Sono d’accordo con Lei su altri punti, ma sulla cultura dei veneziani contemporanei, purtroppo no. E sottolineo il purtroppo.

      • Perdonami Rosa, con educazione parlavo della proposta scolastica della città non di quanto siano educate le persone. Le scuole a Venezia sono certamente migliori di quelle della periferia di altre importanti città, ma certamente le persone sono maleducate allo stesso modo.
        Per quanto riguarda la questione Musei lei basa la sua affermazione su qualche tipo di conoscenza personale ritorniamo all’idea che non bisogna applicare la propria esperienza personale per trarre delle conclusioni unificanti. Io conosco molte persone della mia età, dell’età descritta dal signore di Chirignago, che frequenta regolarmente musei, ma di sicuro non mi sento di poter affermare che tutti quelli della mia età lo facciano.

        Sinceramente, e questo è rivolto al signor campagnolo, non capisco quale sia il senso della sua lettera, il messaggio che vuole mandare, la morale che ne scaturisce. Le chiedo quindi di riassumerlo, senza utilizzare escamotage verbali di cui la vedo appassionato per farmi capire di cosa stiamo parlando se non di lei che si lamenta perché gli altri non assecondano la sua visione del mondo.

    • Caro/a EG,
      Qui non si parla di classe sociale o livello di istruzione, non giudico la gente dal pedigree o dal cosiddetto pezzo di carta. Anzi, io sono un proletario e non frequento di certo il jet-set anche se, conoscendolo in parte per motivi lavorativi, questa cosiddetta crême a me pare più marrone che bianco latte. E non aggiungo altro.

  4. Caro campagnolo, una piccola precisazione. A Venezia la raccolta dell’umido non viene effettuata. Solo in terraferma la si fa ed in questo vi invidio. Per il resto, come descrivi i veneziani superstiti indicano che non hai mai frequentato persone di un certo spessore culturale. Ce ne sono ancora, ti assicuro. Non sono tutti impegnati nel turismo, che, speriamo, ritorni, ma meno invasivo e “selvadego” di prima.

    • Lo so, infatti me l’hanno spiegato gli spazzini vedendomi ogni mattina portare il secco e l’umido separatamente! ‍♂️

  5. Milo, non posso che provare rispetto per ciò che dice. La mia lettera é A DIFESA di quel poco rimasto di originario, lo dico con fermezza. Guardi, mio nonno era uno di quelli che chiamava ancora il burro “butiro” e fa parte dei veneziani “scampai” nel dopoguerra, per ritrovarsi in un quarto piano di una “palazzina sovietica” in Via Miranese. Bel destino! Quindi, capisco benissimo e mi manca tantissimo sentire la sua parlata caratteristica (che non si sente più se non la mattina al mercato).

  6. Condivido in pieno. Purtroppo al Veneziano medio resta solo il fatto di dire ” sono Veneziano ” ..per il resto c è una Arroganza e Povertà Culturale ( ultimamente anche economica) senza pari al Mondo. Ci sono rare eccezioni certo, come in tutte le cose. Ma questa purtroppo è la triste realtà. La Città di Venezia fondata come dici giustamente dai Padovani e Trevisani. è rovinata dai residenti che oggi la popolano, specializzati ormai nel derubare i Turisti con modi perlopiù maleducati.

  7. Concordo con il Campagnolo e con Davide; la visione elitaria e un po’ spocchiosa del veneziano insulare odierno non fa certo parte della cultura del vero veneziano che era cittadino del mondo, da Marco Polo in avanti. E sicuramente erano “Campagnoli” Mantegna come Tiziano, Jacopo Bassano come Paolo Veronese, solo per ricordarne alcuni, di cui tanto siamo fieri (ma poi siamo sicuri che tutti i veneziani odierni li conoscano ?).
    C’era il dominio “da tera” e quello “da mar” e tutti i cittadini di questi luoghi erano veneziani, così adesso lo sono anche tutti quelli che vivono “in terraferma” e che hanno votato per restare uniti alla propria città di origine. Che poi era proprio un’altra città, diversissima dall’attuale, oltre al biavarol c’erano el becher, il pestrin, i bacari con le ombre di bianco (un calicetto) e lo spritz con il selz con la bomboletta, i vovi duri e la spienza, al mercato le schie te le tiravano dietro oppure i ragazzini le prendevano nei canali con la volega.
    E i suoi abitanti parlavano veneziano, sopressar diceva mia nonna, no stirar, cogionar no torme in giro, pomo e non mela (in veneziano la l è muta), fondamente nove e non fondamenta nuove (gli ignorantissimi condondono le fondazioni con la fondamenta che è una strada lungo un canale), da cui il plurale fa fondamente.
    I giovani veneziani insulari in compenso disfano le vere fondazioni delle case lungo i canali e le fondamente con il moto ondoso dei barchini lanciati a tutta manetta.
    Ah Venezia Venezia come sei cambiata, satura di turisti che ti attraversano guardando i telefonini, è per questo che sono fuggita, dopo 70 anni da che sono venuta al.mondo in Corte del Batocio (non in Ospedale) sono fuggita in campagna (Mestre) in mezzo ai campagnoli, e debbo dire che ci sto benissimo.

  8. Concordo con il Campagnolo e con Davide; la visione elitaria e un po’ spocchiosa del veneziano insulare odierno non fa certo parte della cultura del vero veneziano che era cittadino del mondo, da Marco Polo in avanti. E sicuramente erano “Campagnoli” Mantegna come Tiziano, Jacopo Bassano come Paolo Veronese, solo per ricordarne alcuni, di cui tanto siamo fieri (ma poi siamo sicuri che tutti i veneziani odierni li conoscano ?).
    C’era il dominio “da tera” e quello “da mar” e tutti i cittadini di questi luoghi erano veneziani, così adesso lo sono anche tutti quelli che vivono “in terraferma” e che hanno votato per restare uniti alla propria città di origine. Che poi era proprio un’altra città, diversissima dall’attuale, oltre al biavarol c’erano el becher, il pestrin, i bacari con le ombre di bianco (un calicetto) e lo spritz con il selz con la bomboletta, i vovi duri e la spienza, al mercato le schie te le tiravano dietro oppure i ragazzini le prendevano nei canali con la volega.
    E i suoi abitanti parlavano veneziano, sopressar diceva mia nonna, no stirar, cogionar no torme in giro, pomo e non mela (in veneziano la l è muta), fondamente nove e non fondamenta nuove (gli ignorantissimi condondono le fondazioni con la fondamenta che è una strada lungo un canale), da cui il plurale fa fondamente.
    I giovani veneziani insulari in compenso disfano le vere fondazioni delle case lungo i canali e le fondamente con il moto ondoso dei barchini lanciati a tutta manetta.
    Ah Venezia Venezia come sei cambiata, satura di turisti che ti attraversano guardando i telefonini, è per questo che sono fuggita, dopo 70 anni da che sono venuta al.mondo in Corte del Batocio (non in Ospedale) sono fuggita in campagna (Mestre) in mezzo ai campagnoli, e debbo dire che ci sto benissimo.

  9. Condivido in pieno da campagnola che per 7 anni ha cercato di integrarsi , ma che è sempre stata considerata ” na foresta”. Ora sono tornata felicemene in campagna.

  10. Condivido in pieno … ti dirò di più, di veri VENEZIANI come si definiscono loro ne sono rimasti molti pochi dopo l’esodo dovuto alla speculazione del caro affitti degli anni 80 e al lievitare del prezzo delle case a Venezia che tra l’altro erano anche malconce , in quegli anni gran parte dei VERI Veneziani si trasferirono in terraferma (con la metà dei soldi ti potevi comprare una casa nuova e più grande )dove ancora vivono e dove ancora lì puoi riconoscere senza guardarli in faccia ma solo sentendoli parlare . In poche parole i giovani che adesso popolano Venezia non hanno niente del modo di fare ,di parlare, di relazionare che sia compatibile con la tradizione di un vero veneziano .(A parte pochi ).In poche parole a questi è rimasta solo la città ma nient’altro delle tradizioni.

  11. Sai perchè vogliamo avere il diritto di chiamarci solo noi Veneziani? Perchè tu hai fatto solo il liceo qui, e 14 anni di esperienza non sono abbastanza. Sai cosa vuol dire non avere radici, perchè le tue origini sono svendute al tutto un euro cinese , dove prima quando eri bambino c’era il biavarol? Sai cosa vuol dire sentire usare il nome della tua città per vendere la peggio merda in giro per il mondo? Può essere certo,opera dei veneziani stessi. Ma è per farti capire,che uno come me che ha girato l’Italia, quando gli domandano di dove sei? Rispondi Venezia,e la maggiorparte della gente ti domanderà: Venezia ? Venezia Mestre? Io non sono di Chirignago,lo fossi stato avrei avuto infinite più possibilità, non ve ne rendete neanche conto. Quindi lo dico con orgoglio, sono Veneziano,nato e sopravvissuto a Venezia, e nessun altro si può permettere di chiamarsi superstite se non è stato nella battaglia.

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