Zaini carichi di libri, materiali e cose, zaini colmi di compiti assegnati per le vacanze, zaini in viaggio a sfidare l’incognita dell’avvio di un nuovo anno scolastico. Zaini che saranno subito svuotati per lasciar posto a nuovi libri di testo e quaderni intonsi, autoritari nell’aspetto e nelle attese.
Daniela Lucangeli, docente di Psicologia all’Università di Padova, ha concesso al Corriere delle Sera un’intervista, i cui contenuti sono di grande interesse per comprendere le emozioni che i ragazzi vivono nel loro viaggio verso la ‘conoscenza’, che per amore e per forza, ci riguardano.
Immaginiamo un bambino, un ragazzo di una famiglia qualsiasi, che sta andando a scuola. Ancora sente la voce della mamma che dalle scale, augurandogli ‘buona scuola’, gli raccomanda di comportarsi bene, di stare attento durante le spiegazioni, di non distrarsi, di. . . . . di. . . . .
Daniela Lucangeli che è Presidente Nazionale del CNIS (l’Associazione per il Coordinamento degli insegnanti specializzati), ci dice che il mondo adulto ai ragazzi chiede continue prestazioni e questa tendenza, fin troppo praticata, genera sensi di colpa e paura negli studenti che si sentono pressati e in costante stato di allerta con il timore di deludere i familiari, i docenti. . . di non farcela. La conseguenza assume il nome di malessere che genera un cortocircuito negativo a scapito dell’apprendimento e dell’autostima.
“A scuola, come nella vita, cresce ciò che semini”, ci dice Lucangeli, “quindi, un insegnante che vuole far crescere l’intelligenza deve seminare l’intelligenza; se vuol far crescere il benessere, deve seminare il benessere; se vuol far nascere la fiducia, deve seminare la fiducia”. Un compito delicato e di non semplice realizzazione se ci aggiungiamo il fattore (e valore) tempo.
Una classe di venticinque, ventotto studenti, è il classico esempio di come sia arduo pensare di riuscire a capire, accogliere, aiutare un numero così alto di ragazzi. Lo ammettono gli stessi docenti che già sanno che qualcuno, magari chi è più timido, vulnerabile, diventa invisibile, si trascina nelle sue insicurezze. . . e arranca. Del resto, come fa un, una docente con poche ore di lezione settimanali a disposizione, a dare ascolto a tutte le esigenze?
Dopo due anni di lezioni a distanza, di pandemia, anche i bambini, i ragazzi, come gli adulti, sono cambiati. Con questa mutazione bisognerebbe fare i conti, con le conseguenze di una formazione condizionata, prima dagli effetti del Covid, poi dalla guerra, che quotidianamente ci parla di orrore e di morte. Di queste emozioni si parla poco, occultando quel sentimento di nome speranza di cui tutti abbiamo bisogno nonostante le preoccupazioni per il costo della vita che lievita sempre più e in previsione di aumenti delle bollette della luce e del gas. I ragazzi non sono comparse, vivono questa realtà ostile, partecipano al disagio delle famiglie e nonostante tutto, cercano di studiare, di andare avanti.
I bambini, gli studenti subiscono le inadeguatezze che potrebbero essere superate con interventi ragionati e mirati. Dalla dispersione, l’abbandono scolastico, oggi registrati intorno al 10%, ragazzi che non terminano la scuola superiore, studenti a rischio che potrebbero avere limitate prospettive d’inserimento lavorativo a causa delle scarse competenze necessarie per un’occupazione. Le cause che determinano l’abbandono scolastico sono principalmente culturali, sociali ed economiche: i ragazzi che provengono da ambienti socialmente svantaggiati e da famiglie con uno scarso livello d’istruzione hanno maggiori probabilità di abbandonare la scuola prima di aver completato il percorso di studi.
Dalle ricerche nazionali e internazionali emergono tre principali modalità di contrasto al fenomeno dell’abbandono scolastico: la prevenzione, l’intervento e la compensazione. Le ricerche ci dicono anche che difficilmente queste modalità saranno applicate se non si destinano più risorse, competenze e professionalità alle scuole.
Se è vero che il bravo insegnante, secondo Daniela Lucangeli: «È magister, è colui che aiuta ad apprendere, che dà fiducia e coraggio, e che non soltanto giudica e verifica quanto le informazioni fornite sono passivamente mantenute in memorie prestazionali”. E cita il pedagogista sovietico Lev Semënovič Vygotskij : “Diventiamo noi stessi attraverso gli altri”, è altrettanto vero che la scuola, nei suoi complessi sistemi, ancora non investe con convincimento e determinazione sulla qualità della formazione, ancora non valorizza a dovere il ruolo degli insegnanti, ai quali chiede di fare miracoli.
Ancora non si è scelto, a livello ministeriale, di mettere al centro dell’interesse i bambini, gli studenti, con la loro unicità, con le loro potenzialità, debolezze e problemi. Ancora ha dimenticato l’ammonimento di Don Lorenzo Milani nella sua famosa Lettera a una professoressa. “La scuola dovrebbe preoccuparsi dei ragazzi che perde”.
Andreina Corso
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La scuola dovrebbe preoccuparsi dei ragazzi che perde
Anche di quelli che perde perché muoiono adempiendo gli obblighi scolastici
E mi viene in mente la poesia scritta da Fabio Franzin per Lorenzo Parelli neanche 8 mesi fa
poesiadelnostrotempo.it/per-lorenzo-parelli-una-poesia-di-fabio-franzin/
Molto ben affrontato il tema della dispersione scolastica!
Insegnanti assieme ai genitori dovrebbero trovare soluzioni da proporre alle istituzioni scolastiche!
Il grosso problema è il tempo e la fretta con cui quotidianamente vivono i nostri ragazzi il tempo scuola.
Tagli su tagli e come scritto anche da Andreina i più insicuri non vengono visti e rimangono da soli nei loro silenzi a guardare il cellulare….