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Parola e azione in Giovanni Gentile. Il libro di Vito De Luca

Il volume di Vito de Luca, Giovanni Gentile. Al di là di destra e sinistra, è, all’interno della considerevole letteratura critica sul filosofo siciliano, uno studio non scontato in quanto analizza la genesi e l’esplicazione del pensiero attualista all’interno della strutturazione del linguaggio usato dal filosofo, sino a terminare poi, nella parte III, con una accurata analisi di Gentile Consigliere comunale e Assessore supplente al Municipio di Roma (1920-22) e di Gentile Ministro e Senatore del Regno (1922-24).

Va detto subito, per sottolineare l’importanza del libro per tale aspetto, che si tratta del più analitico esame dell’impegno di Gentile al Municipio di Roma, tema peraltro scarsamente illustrato anche dagli studi più pregevoli e de Luca in un’ampia appendice raccoglie i Resoconti, tratti dai Verbali della Giunta Comunale, degli interventi di Gentile in qualità di assessore supplente.

Infatti di solito la letteratura critica si è molto soffermata, per la parte politica, sull’impegno di Gentile interventista e poi fascista, toccando di sfuggita l’attività del filosofo come consigliere e assessore comunale. Il volume di de Luca, da tale prospettiva, riempie un vuoto.

Se da un punto di vista documentario il pregio del volume è, quindi, più che

lodevole, non va trascurata la tesi di fondo che l’Autore sviluppa con numerose citazioni del filosofo. Il «linguaggio politico di Gentile è da ascrivere ad un linguaggio che nomina lo Stato, è quel linguaggio che spiega lo Stato, che parla dello Stato, e che definisce l’essenza dello Stato» (p. 11). Per tale ragione intrinseca ha perfettamente ragione de Luca quanto afferma (p. 12) che il pensiero del filosofo è contro ogni forma di intellettualismo in quanto quest’ultimo è pensiero astratto, ossia non corrispondenza del linguaggio alla verità della cosa.

Di qui, negli scritti gentiliani dei primi del Novecento la critica alla retorica considerata come mera precettistica, come finzione di un linguaggio che tende al successo personale di chi parla, ma non esprime la verità delle cose.

Sotto tale aspetto, Gentile svolge una critica non dissimile (pur con metodo e linguaggio totalmente differenti) da quella a suo tempo mossa da Socrate nei confronti del Sofisti. E quella di Gentile, per essere tensione verso il vero, attuazione del vero, deve assumere una necessaria connotazione politica nel senso alto del termine. «La ‘lingua nazionale’ di Gentile è dunque non la lingua della nazione, ma spirito nel senso di atto e nel caso di atto che col bulino estirpa la metastasi e guarisce dal tumore della rettorica» (p. 23).

In altri termini, come rileva giustamente de Luca, la lingua è lo spirito e lo spirito è la lingua. Per questo, ricondotto al linguaggio, ad un linguaggio di tal genere, il passato è sempre attualisticamente presente. Di qui, di conseguenza, la sfiducia, anzi la critica contro ogni forma di individualismo che trova, in sede politica, la sua espressione nelle scelte determinate dalla mera quantità della maggioranza dei votanti. Sino a mettere con chiarezza in discussione le ambiguità della democrazia.

«Il suffragio universale, per Gentile, appunto perché universale [universale, direi, da un punto di vista empirico] non distingue tra i meritevoli e no, e rende tutti uguali, meritevoli e immeritevoli, attuatori dello spirito e coloro che vivono nell’inerzia, in quanto meri golem da insufflare. L’avversione dunque di Gentile verso il suffragio universale, e i modi in cui ha espresso questo suo pensiero, agli inizî del ventesimo secolo, ovvero un linguaggio che oggi chiameremmo ‘politicamente scorretto’, sono chiari, anche rispetto al rigore e alla coerenza del suo pensiero» (p. 64).

Di qui, e non potrebbe essere diversamente, la critica al liberismo. Invero, de Luca coglie un tema centrale del pensiero di Gentile, che sarebbe stato ulteriormente evidenziato dal suo più brillante allievo, Ugo Spirito, in Critica della democrazia (1963). Quella di Gentile è, sin dall’inizio della sua riflessione, l’aspirazione ad una comunità, ad uno Stato, retto da saggi cioè da persone che non esprimano un pensiero dipinto ma che si conformino effettivamente alla legge, la quale non può essere alcunché di imposto all’uomo, ma l’effettiva e più alta natura dell’uomo.

Questo colloca Gentile, come tutto il neoidealismo italiano, all’interno di una tradizione che risale a Platone e da questi all’antica sapienza. Ciò spiega come un filosofo che sarà dai più conosciuto come il teorizzatore dello Stato etico inteso comunemente come Stato totalitario, possa giustificare, come già un altro pensatore amato da Gentile, Spinoza, l’abbattimento della tirannide.

Ma occorre essere accorti nell’individuare ciò che veramente è insano governo. Spiega a tal proposito de Luca, «si può dire che il rovesciamento del tiranno è opera dello spirito della nazione, che ha, in quanto la libertà non è neutrale, ma qualcosa di razionale, il fine della libertà politica vera, in quanto è appunto quel razionale che giustifica le invasioni di piazza [?] e la sostituzione del despota, in quanto quest’ultimo è incarnazione di quello spirito che non vede
il proprio fondamento, ma lo annienta e nullifica nel male della sopraffazione» (p. 70).

Ne segue che in Gentile l’autentico vivere è il filosofare.
Sotto tale profilo, de Luca svolge interessanti considerazioni di cui giova in questa sede riportarne alcune.

Il vero Stato non può che essere filosofo e gli eventuali difetti non possono quindi essere dello stato filosofo. «Gentile non usa a caso la parola difetto e difetto, senza entrare nello studio della parola, significa semplicemente mal funzionamento di un dispositivo, nel senso di un difettare, di un mancare di qualcosa. Difetta. Ma il mancamento di cui sta parlando Gentile non solo semplicemente significa mal funzionamento di qualcosa, ma è appunto un mancamento, un’assenza, la quale non consente neanche più di parlare di Stato. I presunti difetti dello Stato, dice Gentile, non sono dello Stato-filosofo e dunque ne consegue che se questi difetti si riscontrano, non possono essere dello Stato» (p. 89).

E si pensi a quando de Luca parla di un ‘futurismo’ del filosofo: «Lo spirito di Gentile è la struttura più autentica e radicale del futuro in quanto, a ben vedere, questo spirito, non solo bisogna volerlo, costruirlo, ma perché necessariamente non ha niente dietro di sé che lo preceda, neanche lo spirito, in quanto il passato è spirito (negazione della negazione), e dunque ancora da fare, da realizzare» (p. 140).

In realtà, il testo di de Luca non è semplicemente, come tanti attuali volumi di storia della filosofia, una mera ricostruzione senz’anima, filologica, dell’attualismo, bensì un confronto con tale pensiero all’interno del medesimo.

Emergono, pertanto, tesi estremamente stimolanti che da un lato testimoniano la vitalità dell’attualismo e dall’altro danno una piena dimensione teoretica che è anche molto rilevante per la parte documentaria che contiene, sì che un discorso a parte o a completamento dovrebbe essere svolto sul ruolo del filosofo nel Comune di Roma.

Di qui l’insistere (p. 154 e seguenti) sull’importanza data da Gentile affinché i cittadini si facciano comunità, Stato, e quindi la caratterizzazione etica dell’esser cittadino e non semplicemente l’esserlo a causa di esser nato in un certo luogo.

Di qui altresì la necessità (che spiega come Gentile decidesse di schierarsi per l’interventismo e di intendere la prima guerra mondiale come la conclusione delle guerre risorgimentali e quindi l’affermazione della pienezza della patria) di farsi valere nel mondo non per pretese imperialistiche ma in quanto dovere (e quindi essenza) di ognuno, cittadino o Stato che sia, è quello di contribuire fattivamente allo sviluppo della realtà. In questo senso de Luca può affermare che Gentile «è il pensatore della libertà autentica del singolo, delle nazioni e degli Stati» (p. 194).

Libertà da intendere come agire responsabile, quindi come negazione dell?individualismo. Alla luce di tutto questo si può anche comprendere l’impegno ‘minore’ di Gentile al Comune di Roma. Come documenta de Luca: «Gentile si candida, alle elezioni amministrative di Roma del 31 ottobre 1920, come liberale, in una lista del Blocco nazionale nato per fronteggiare la possibile avanzata dei partiti socialisti, l’Unione nazionale, composta principalmente da nazionalisti e liberali» (p. 202).

Ottiene 41955 voti ed è il 6° degli eletti. Diventa poi assessore supplente alle Antichità e Belle Arti il 9 dicembre 1921 e de Luca ne illustra l’attività. Così è che «non solo lo spirito è la politica in quanto si concretizza autenticamente in una figura politica che è lo Stato, come Gentile ha spiegato nel corso di tutta la sua vita, ma che lo spirito non ha neanche la possibilità di fuoriuscire dall’ambito politico, poiché lo spirito, nella sua essenza pura, è realizzazione del molteplice nell’unità» (p. 266).

Di fatto, il discorso di de Luca, che parte dal concetto di linguaggio in Gentile, indugia sui temi della libertà, dello Stato, della nazione, mostrando l’intima coerenza tra parola e azione nel filosofo, ed è una coerenza sempre teoreticamente motivata.

Ripercorrendo, quindi, il cammino teoretico ed umano di Gentile sino al 1924, de Luca ripresenta nella loro pienezza i problemi che il filosofo man mano incontra e risolve e in tal modo ripropone i grandi temi dei primi decenni del Novecento, consentendo di intenderli alla luce di una precisa filosofia.

Da tale punto di vista, il volume non costituisce solo un ulteriore e utile tassello per comprendere le ragioni teoretiche e di vita del filosofo, ma è al tempo stesso una meditazione sui temi che sono stati di Gentile, come è bene che sia in uno studio filosoficamente serio.

Ed proprio questo che mostra come il pensiero di Gentile debba essere inteso di là dalla destra e dalla sinistra (il mio liberalismo, il mio fascismo, il mio cattolicesimo) così come usualmente concepite, in quanto è un pensiero che non si piega, per non configurarsi come falso, al già costituito, sì da essere inconfondibile nel panorama della filosofia del Novecento.

Merito del volume di Vito de Luca è il riproporre la complessità di un pensare che ha saputo lasciare traccia concreta nella prassi e che soprattutto ha rilevato come l’errore in sede teoretica e il male in sede pratica scaturiscono dall’affermazione dell’individualismo, dell’io di contro al tu. Di qui la fusione della teoresi con l’etica e dell’etica con la pedagogia, un tutt’uno che spiega la caratterizzazione politica dell’impegno di Giovanni Gentile e che resta come un lascito su cui continuare ad operare.

Hervé A. Cavallera

La presentazione del libro su Giovanni Gentile si terrà il prossimo 6 ottobre presso le Sale Apollinee del Teatro La Fenice

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