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mercoledì 04 Agosto 2021

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia per la Santa Messa nella Pasqua di Risurrezione del Signore

HomeCelebrazioni e ricorrenzeOmelia del Patriarca Francesco Moraglia per la Santa Messa nella Pasqua di Risurrezione del Signore

S. Messa nella Pasqua di Risurrezione del Signore.
(Venezia / Basilica Cattedrale di San Marco, 4 aprile 2021).
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

Carissimi,
“Il Signore è veramente risorto. Alleluia!”. Le parole dell’antifona d’ingresso di questa Messa solenne riportano quello che è il vero augurio pasquale cristiano, ossia il Vangelo, la più bella notizia che ci possiamo scambiare nel giorno di Pasqua.
I cristiani d’Oriente. il giorno di Pasqua. si scambiano reciprocamente il saluto con queste parole: “Il Signore è risorto!” (Χριστός Ανέστη). La risposta è breve e realista come il saluto: “Sì, è davvero risorto!” (ληθώς Ανέστη).
Rivolgo lo stesso saluto a quanti sono questa mattina in Basilica e a coloro che ci stanno seguendo attraverso la diretta televisiva di Antenna Tre Nordest o sulla pagina Facebook di Gente Veneta.
Pur con tutte le limitazioni, i distanziamenti e le attenzioni dovute, causa la pandemia in atto, siamo tornati a celebrare la Settimana Santa e la Pasqua “in presenza”; l’anno scorso, purtroppo, non fu possibile ed è questo un segno di speranza di cui ringraziamo il Signore.
Portiamo sempre, con vero dolore, nella preghiera quanti – da un anno, ormai, fino ad oggi – sono stati duramente colpiti dalle conseguenze del coronavirus: i tanti morti, le persone (dagli anziani ai bambini), le famiglie e le categorie che hanno vissuto e stanno vivendo gravi sofferenze e difficoltà, non solo sul piano fisico e degli affetti ma anche per le drammatiche ricadute economiche e lavorative di questa pandemia.
Ricordiamo anche, e con gratitudine, quanti – nell’esercizio della loro professione e dei loro compiti – si sono spesi e tutt’ora lo fanno con generosità e competenza a servizio della collettività: medici, infermieri, operatori socio-sanitari, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiosi e religiose ecc.

Davvero, per tutti, risuoni l’augurio pasquale ricco di speranza: “Il Signore è veramente risorto. Alleluia!”.
La gioia e la luce della Pasqua è tutta qui: la speranza cristiana non è una vuota parola; è evento che si fa annuncio forte e coinvolgente, è fatto reale e accaduto che continua ad accadere e, se accolto dagli uomini, cambia la vita e la storia: “Davvero il Signore è risorto” (Lc 24,34).
Sì, la speranza cristiana non è riducibile ad uno stato d’animo, ad una disposizione psicologica ed emozionale, legata ad un particolare momento e al carattere di una persona che può essere ottimista, pessimista o pragmatica. Tantomeno è qualcosa di vacuo o illusorio; piuttosto è una forza che irrompe nella storia con un dinamismo che trasforma e tutto rinnova.
Jürgen Moltmann, teologo riformato, nella sua “Teologia della speranza” scrive: “Essa [la speranza] non prende le cose così come stanno. Ma come cose che avanzano, si muovono, si trasformano, nelle loro possibilità” (Jürgen Moltmann, Teologia della speranza, Brescia 1970, p.18).
La speranza cristiana ci introduce, perciò, nel futuro. Per chi accoglie la novità di Gesù Cristo, il Risorto, è andare verso Colui che è inizio e compimento, la pienezza, la vera felicità a cui nulla di ulteriore potrà mai subentrare. “È compiuto!” (Gv 19,30): furono anche le ultime parole che l’evangelista Giovanni mette sulle labbra di Gesù in croce.
Sì, tutto si compie nel Crocifisso Risorto non perché tutto ha termine ma perché tutto ha raggiunto la sua pienezza nel prosieguo della storia e s’inaugura così il tempo della speranza, ossia del “già” e del “non ancora”.
È necessaria, però, sia la nostra personale adesione di fede sia il nostro coinvolgimento in tale “evento” che oggi ci viene ancora annunciato e donato. “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede” (Eb 11,1), afferma l’autore della Lettera agli Ebrei sottraendo così la speranza cristiana da ogni “cornice” psicologica, culturale, filosofica, antropologica.

La vita cristiana, nella sua sostanza, è partecipare alla mirabile avventura di Cristo e si attua nella misura per cui ci inseriamo fattivamente nella realtà del “Cristo totale”, la Santa Chiesa. Nella Chiesa, vivendone “oggettivamente” l’appartenenza, entriamo in modo reale in rapporto col Signore Risorto.
La seconda lettura, appena proclamata (Colossesi), ci esorta e sollecita: “…se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù…” (Col 3,1-2).
Sì, la speranza cristiana non è solo un augurio e, prima d’essere una virtù, è la realtà stessa della persona di Gesù che è “davvero risorto”. Noi, quindi, siamo chiamati a stare dove Lui è, a cercare le “cose” che ci parlano di Lui, che ci indicano Lui, che ci fanno vivere con Lui e in Lui; “…la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!” (Col 3,3).
Nello stesso tempo, cercare e vivere le “cose di lassù, dove è Cristo” non ci toglie dagli impegni e dai doveri di questo mondo. La speranza cristiana – come abbiamo appena detto -, fondata e “conformata” dalla fede non è mai pura fuga in avanti, al di fuori della realtà, ma è sempre intessuta di carità: una carità piena, viva, integrale, nella concretezza di ogni attimo e contesto che ci è dato di attraversare.
Sì, è la carità che ce lo garantisce: la nostra è una speranza che non illude. Le tre virtù teologali – fede, carità e speranza – si richiamano a vicenda e si sostengono l’un l’altra; potremmo dire che rappresentano una “verifica”, una “prova”, un “supporto” reciproco.

Infine, il Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr. Gv 20,1-9) ci presenta il sepolcro vuoto: prima, lo sgomento di Maria di Màgdala che non sa andare oltre il turbamento per ciò che è successo e di cui è stata testimone oculare, ma di cui non riesce ad afferrare il senso; poi, la corsa di Pietro e Giovanni verso il sepolcro vuoto.
In questo correre i due apostoli raffigurano il carattere proprio della vita cristiana che è un continuo “andare verso”: verso il Signore, appunto, verso il Risorto. E questo andare non è mai un semplice e stanco andare ma è un correre, un muoversi con decisione e trepidazione.
Ricordiamo bene l’altro camminare sollecito, quasi un correre, che troviamo all’inizio del Vangelo quando Maria – appena ricevuto l’annuncio dell’angelo, l’incarnazione di Gesù – “si alzò e andò in fretta” dalla cugina Elisabetta (cfr. Lc 1,39).
Pietro e Giovanni “correvano insieme tutti e due” (Gv 20,4). Vogliono andare da Gesù, anche se in modo umanamente convulso e agitato. Sì, andare verso il Signore è l’unica competizione possibile fra discepoli del Signore. Ma è una competizione particolare in cui c’è sì chi è più anziano e chi è più giovane (e quindi dotato e in forze), chi corre più veloce e perciò arriva prima e chi, invece, giunge dopo, eppure ci si attende (mettendo al bando ogni individualismo) e, infine, si entra insieme per “vedere” e “credere”. Così è necessario essere raggiunti non solo dall’annuncio ma dalla consapevolezza di fede che Gesù è il Risorto, il Vivente.
Capiamo poi come dalla fede nella Risurrezione sgorga la nostra missione di cristiani nel mondo. Chi crede nella Pasqua, chi “fa” Pasqua, deve lasciarla irradiare in tutte le fibre del proprio essere e deve saperla annunciare agli altri con il vigore della propria voce e l’energia del proprio spirito. Il Risorto ci invita a preparare – per quanto ci è consentito dalle nostre vocazioni – il mondo rinnovato che Egli porterà a compimento.
Di questa notizia, di questo fatto, di questa speranza “noi siamo testimoni” (At 10,39); è ciò che attesta Pietro nel discorso in casa del centurione Cornelio, ripreso dalla prima lettura odierna.

il testo continua qui sotto

È una speranza che unisce passato, presente e futuro: Pietro, infatti, richiama la testimonianza antica dei profeti e ricorda che loro stessi – i discepoli, coloro che sono stati con Gesù e che hanno “mangiato e bevuto” con Lui – possono raccontare tutto quello che Egli ha detto e fatto, fino alla morte in croce e alla risurrezione, opera del Padre. Annuncia, infine, la sua missione, quella della Chiesa di ogni tempo: testimoniare che Gesù di Nazaret, il Crocifisso Risorto, “è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio” e “chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome” (At 10,42-43).
Fede, amore e speranza superano ogni timore, anche le fatiche e i timori di questo nostro tempo segnato da tante incertezze e sofferenze.
Lo scorrere del tempo, il presente e il futuro sono scanditi in modo nuovo perché ai nostri occhi la storia è tutta da concepire e progettare “in Cristo”, il Risorto che ha già raggiunto la sua pienezza e ci invita ad entrare in un tempo che, come detto, è ritmato dal “già” e dal “non ancora”.
“Cristo, mia speranza, è risorto… Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto”: anche il canto della sequenza pasquale ci ha riportato al cuore della speranza cristiana, quella speranza viva che con gioia ci immette nel futuro.
Questa speranza – che Maria di Nazaret ha vissuto più di ogni altra creatura – ci sostenga oggi, nelle settimane e nei mesi non facili che ci attendono e sia il fondamento del nostro pensare, del nostro agire e del nostro progettare, come credenti e come cittadini.
Ci aiuti la Regina Coeli a non cedere al diffuso senso di scetticismo e relativismo, a tutti i dubbi coltivati ed esaltati quasi fossero pregi e fortune. Ci aiuti a diventare appassionati ricercatori di ciò che è vero, di ciò che “è”, di ciò che salva!
“Il Signore è veramente risorto. Alleluia!”. Buona Pasqua a tutti!

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