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La Tenerezza, le tessere ci sono tutte, ma il sentimento non decolla

“Tenerezza”; un sentimento mai sufficientemente presente nelle vite delle persone. Difficile da provare, ancor più difficile da estrapolare dalle proprie corazze esistenziali.

Un anziano avvocato in pensione, un ex azzeccagarbugli di successo; un professionista della scappatoia legale abile nel far vincere cause di indennizzo ai propri clienti. Ma anche un uomo stanco, inaridito nel proprio desiderio di provare e trovare tenerezza.

I vicini di casa, giovane coppia con un solo figlio; un classico. Lui ancora bambino, lei celante il proprio disagio e la propria ignoranza dietro i sorrisi e la resistenza alle fatiche quotidiane. I figli dell’avvocato, fratellastri.

La figlia assiste alle traduzioni ai processi per stabilire la possibilità o meno di concedere il permesso di soggiorno agli immigrati. Rigida, quasi, nel volere che la legge sia applicata correttamente. Il fratello distante dal padre, in antagonismo con i suoi sistemi di vita, alla ricerca di aprire un locale di eventi.

Benissimo: le tessere del puzzle, che cercano di combaciare nel mezzo di una Napoli solo di vicoli e scalinate faticose, ci sono tutte.

Il protagonista è semplicemente mostruoso nel dar corpo al suo personaggio; Carpentieri è interprete altissimo. Ma alla fine il film, tratto da un romanzo di Lorenzo Marone, non decolla proprio nel momento in cui dovrebbe prendere il volo.

Il resto del cast rifà se stesso visto in mille altri film. La Mezzogiorno sempre triste e amara. Germano esagitato. La Ramazzotti perennemente candida e accattivante come nei film del marito. Scoppia la tragedia, che porta il protagonista a una redenzione possibile.

Un uomo dalle varie doppie vite, saggio e disonesto, coraggioso e vile. Ma man mano che il film procede, a causa del tono quasi superbo del regista, la cui arte di sottrazione sottrae troppo e cose che potevano restare e che invece lascia in scena svolte a tratti persino ridicole, questo resta al di sotto delle sue pretese e finisce per raccontare una vacua resa a se stessi, i cui colori e inquadrature non vanno al di là di una canonica fiction RAI e le cui tensioni di contemporaneità si annegano in un esistenzialismo indistinto (l’inseguimento con il venditore di accendini). Gelo, dico. Ancor più che nell’anodino “Il primo uomo”, dalla biografia di Camus. Superbia, ripeto: probabilmente l’eccesso di pretesa di essere un autore classico e in pieno possesso di trattare le cose essenziali nuoce ad Amelio.

La sua storia è stata raccontata meglio e ben altre volte nel corso della storia del cinema. Penso a “Ikiru” di Kurosawa, che ben altre vette e con ben più consistenti svolte ha raccontato morte resurrezione e redenzione di un uomo da niente. Ed è per colpa di questa supponenza e questa fondamentale mancanza di coraggio che il film convince solo per un terzo.

Non bastano le penombre, le location segrete e marginali; oggi che la tenerezza è merce ancora più rara ci voleva una pellicola magari più fiammeggiante ma senza dubbio più ardita. Magari sempre con Carpentieri, la cui arte di parlare, guardare e fumare una delle mille e più sigarette resta la vera motivazione per vedere questo film.

LA TENEREZZA
(id., Italia, 2017, 103”)
Regia: GIANNI AMELIO
interpreti: RENATO CARPENTIERI, GIOVANNA MEZZOGIORNO, ELIO GERMANO, MICAELA RAMAZZOTTI, MARIA NAZIONALE, GRETA SCACCHI

Giovanni Natoli

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