GIRO DI (LOCK)DO(WN) di Marco Ivaldi [concorso letterario]

ultimo aggiornamento: 20/09/2020 ore 11:59

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All’alba del ventunesimo giorno mi ribellai.

No, mi dissi appena sveglio, ancora intontito dal sonno. No. Oggi non avrei preparato il quarto tiramisù delle ultime tre settimane. Non avrei iniziato la quinta serie tv dell’ultimo blindatissimo periodo. Non avrei giocato altre sei ore alla playstation fino a materializzare luci ed ombre psichedeliche dietro le palpebre.


E in effetti non feci nulla di tutto ciò. Ma tradii comunque le mie velleità reazionarie.

Infatti non preparai l’ennesimo tiramisù, ma pancake per colazione. Non giocai alla playstation tanto a lungo e non iniziai una nuova serie; in compenso, trangugiai l’intera trilogia de Il Padrino dal mattino fino a notte inoltrata. Durante quella sconsiderata maratona, mi schiodai dal divano solo per abbozzare un pranzo e una cena, o qualcosa che vi somigliasse: entrambi i menù proposero cibo in scatola, conserve e avanzi di frigo.

Al tramonto del ventunesimo giorno di quarantena mi coricai a letto intontito proprio come mi ero svegliato, tormentato dagli stessi bagliori sotto le palpebre che mi ero ripromesso di scongiurare. Un’altra giornata andata in fumo, tirando le somme. Fu una debacle.


L’onda lunga del fallimento, però, si rivelò foriera di buoni propositi l’indomani, quando vidi lei.

Se ne stava in piedi accanto al divano, appiattita alla parete senza dare nell’occhio. Senza dubbio era lì dal primo giorno – non poteva essere altrimenti, – eppure non l’avevo mai notata. Timida e in disparte, muta nella sua custodia, la chitarra di mio cugino, baluardo dell’ultima serata in compagnia prima del lockdown, attendeva solo che mi accorgessi della sua presenza.

Non avevo mai saputo suonare uno strumento ma avevo sempre desiderato riuscirci. Non avevo mai trovato il tempo di dedicarmici e ora non sapevo a cosa dedicare il mio tempo.

No, non avrei trascorso un’altra giornata inerte sul divano fra videogiochi e cibo spazzatura. Fu amore a prima vista.

Così come, in maniera assai più travolgente, lo fu con Anna qualche tempo dopo.

Una sera come tante ero seduto in balcone armato della mia chitarra ormai usucapita. Dico “armato” non a caso: gli stridii che riuscivo a produrre con quell’arnese, talvolta, costituivano una vera e propria violenza nei confronti del vicinato.

Stavo provando ad alternare un paio di accordi distogliendo l’attenzione da dita e corde, per acquisire confidenza con lo strumento. Nel mentre, il mio sguardo vagava per l’ambiente circostante senza mai soffermarsi. Almeno finché non si imbatté nella sagoma della ragazza affacciata al poggiolo antistante. Rimasi imbambolato a fissarla, di stucco, come se fosse appartenuta ad una specie unica e mai vista prima. Senza rendermene conto, cadenzai gli accordi sempre più lenti, sempre più lenti, fino a smettere.

Lei si sporgeva un po’ in avanti con gli avambracci poggiati sulla balaustra, fumava una sigaretta e mi guardava divertita.

“Disturbo?” domandai attraverso il cortile.

“Per niente”.

“Dici così perché non hai ancora sentito nulla”.

“In realtà sono diversi giorni che ti sento. Migliori velocemente”.

Quella risposta mi prese in contropiede e non riuscii far altro che sorridere come un ebete, imbarazzato e lusingato al tempo stesso.

Strimpellai ancora fino a quando lei si congedò con un cenno della mano e sparì oltre le tende di casa, lasciandomi sovrappensiero con molti interrogativi per la testa. Da quando si era trasferita nell’appartamento di fronte al mio, per esempio. Oppure come le avrei chiesto la mano un giorno. O dove saremmo andati a vivere insieme. O ancora che aspetto avrebbero avuto i nostri figli, con la speranza che somigliassero più a mamma che al sottoscritto.

Se la scienza ha dimostrato che il cosiddetto “colpo di fulmine” esiste – il cervello umano impiega meno di un quinto di secondo per innamorarsi, e si innamora prima del cuore, – io stabilii un nuovo record.

I giorni seguenti tornai a suonare sul balcone quasi ogni sera, che fosse per provare un nuovo giro di accordi o alcune semplicissime canzoni. E anche Anna continuò ad affacciarsi con regolarità.

Dapprima faceva capolino al davanzale solo per fumare una sigaretta o prendere una boccata d’aria, poi con il passare dei giorni capitò con frequenza che si trattenesse più a lungo.

Mi ascoltava, di tanto in tanto commentava i miei progressi o mi suggeriva di cambiare un accordo più velocemente, o più a tempo, o di passare ad un accordo differente. Da piccola suonava la chitarra e, pur avendo smesso, le era rimasto un ottimo orecchio musicale.

Un pomeriggio la vidi prendere il sole e farsi ombra in viso con un libretto non molto voluminoso. Mi affacciai e scambiammo poche chiacchiere: leggeva La metamorfosi di Kafka, uno scrittore che non aveva mai approfondito, mi disse, e la stava appassionando.

“Allora ti lascio tranquilla, non ti interrompo”.

“Oggi non suoni?”.

“Per un giorno vi risparmio”.

“A me piace quando suoni, mi tieni compagnia”.

“Accompagno la lettura?”

“Se ne hai voglia”.

Mi svegliai nel cuore della notte folgorato da un’idea e realizzai all’istante che rimandare il discorso non sarebbe valso a nulla. Un fiume in piena aveva travolto il mio sonno e non era possibile arginarlo: non avrei più chiuso occhio, tanto valeva adoperarsi subito.

Un volume dopo l’altro scorsi le mensole della camera, poi tutti i piani della libreria in salotto, da ultimi i libri impilati sul comodino. La ricerca si rivelò infruttuosa, così ricominciai da capo, di nuovo senza esito.

Solo alla terza tornata ricordai lo scatolone che avevo stipato in cantina tempo addietro. Conteneva tutti i romanzi e i testi che non avevano trovato posto in casa per le più disparate ragioni. Ma non esageriamo, pensai. Non scenderò in cantina alle due di notte per cercare un libro che forse è andato perduto nel tempo, rincarai categorico. Ci penserò domattina, sancii infine.

Mezz’ora più tardi riemersi dal seminterrato del condominio con una raccolta di racconti di Kafka tra le mani impolverate.

La inserii in una piccola scatola di cartone di ignota provenienza, rinvenuta sul fondo di un cassetto: il volume calzava al centimetro. Ancorai il coperchio con alcune strisce di scotch trasparente e, sulla faccia superiore del parallelepipedo, appuntai soltanto un “Per Anna”, e le mie iniziali, con un indelebile nero.

La mattina seguente avrei lasciato la mia sorpresa vicino alla sua cassetta postale, fiducioso che nessuno si sarebbe intascato il mio regalo. La quarantena avrebbe comunque minimizzato il rischio e, cullato dalla rassicurante prospettiva, spensi le luci e finalmente ripresi sonno.

Maggio era ormai alle porte quando il Primo Ministro annunciò al Paese intero un imminente allentamento delle misure di quarantena. Prospettiva che, nel mio piccolo, assunse una sola chiave di lettura: colmare il distanziamento, molto più architettonico che sociale, tra il terrazzo di Anna e il mio.

Ultimamente i nostri “incontri” erano diventati pressoché “appuntamenti”.

Anche solo per pochi minuti, ogni sera ci affacciavamo e condividevamo un pezzetto della nostra reclusione domestica. Per lo più, lei mi aggiornava sui racconti che leggeva – io, intanto, avevo rispolverato il manuale di letteratura del liceo e sciorinavo aneddoti sul suo nuovo autore preferito –, e io la tenevo al passo con i miei progressi alla chitarra, che ora padroneggiavo in maniera dignitosa.

“Nel tuo repertorio manca qualcosa,” mi disse l’ultimo giorno di aprile.

“Cosa manca?”

“Dovresti imparare almeno una canzone dei Coldplay”.

Mi fanno pena, ero sul punto di ribattere.

“Sono il mio gruppo preferito,” puntualizzò Anna.

“Anche a me piacciono,” mi accodai, assumendo l’impegno di rimediare in breve a quella imperdonabile lacuna.

Seguirono alcuni giorni di incessante maltempo e io ne approfittai per creare una certa suspance.

Non mi palesai sul balcone, non mi affacciai alla finestra, non diedi più segno della mia presenza. Nel frattempo, però, imparai a menadito gli accordi e il testo di Fix You, la canzone romantica per eccellenza dei Coldplay.

Avevo pianificato tutto: l’indomani, infatti, sarebbero cessate le stringenti preclusioni del lockdown. E allora, quando appena fosse calata la luce del sole, mi sarei ripresentato sul terrazzo. Avrei sorpreso Anna proprio all’ultimo tiro della sua sigaretta, un attimo prima che rientrasse in casa e scomparisse dietro le tende, e le avrei chiesto di restare. Le avrei dedicato la canzone e lei avrebbe accompagnato la performance ondeggiando in aria la fiamma di un accendino, come ad un concerto. E infine, solo infine, arpeggiando le ultime note, finalmente le avrei chiesto di raggiungermi, o mi sarei proposto di fare altrettanto.

Provai gli stessi cinque accordi dall’alba al tramonto, fino alla nausea. E nel mentre canticchiavo le strofe e il ritornello, altrettanto allo sfinimento. Una preparazione maniacale, del tutto spropositata rispetto all’evento in programma. Anche perché, a ben vedere, non era in programma alcun evento. Semplicemente, come accadeva ormai da settimane, Anna e io ci saremmo ritrovati oltre i rispettivi parapetti per il nostro consueto appuntamento.

Eppure ero così impaziente che, dopo un’ultima prova generale del pezzo, uscii sul balcone ben prima del previsto. Anna non c’era ancora.

Così mi accomodai alla mia solita postazione e, chitarra alla mano, la attesi. Ogni folata di vento, ogni tintinnio, ogni rumore sospetto volgevo l’attenzione alla sua finestra, per sorprenderla non appena si fosse affacciata.

Mi sincerai più volte che la chitarra fosse accordata anche se non c’era ragione di supporre il contrario. Infine, dopo essersi fatta desiderare a lungo, quasi un’ora più tardi, vidi l’anta della finestra scostarsi e Anna fece capolino sul balcone.

Ma prima ancora che potessi accennare un saluto o un suono, notai che non era sola.

Mano nella mano la seguiva un ragazzo e un attimo più tardi si stagliavano insieme davanti al mio sguardo. Lui le strinse le spalle e io colsi negli occhi di Anna una felicità senza precedenti.

Trascorse ancora qualche istante prima che lei mi notasse.

“Cosa suoni questa sera?” mi chiese attraverso il cortile.

“Niente, stavo per rientrare in casa”.

“Ma hai imparato qualcosa dei Coldplay?”

“No, troppo difficili”.

 

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