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giovedì 17 Giugno 2021

Figlia rasata a zero perché non vuole il velo, giusto l’allontanamento da casa?

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Opéra Bastille: la Traviata si interrompe perchè in prima fila c'è una signora con il velo

Chissà cosa aveva in mente quella madre originaria del Bangladesh, quando ha rasato a zero la figlia di 14 anni, per essersi rifiutata di portare il velo. La ragazza, che vive a Bologna con la famiglia, una volta uscita di casa si liberava di quell’ingombro, faceva respirare i lunghi capelli al vento e poi andava a scuola. Frequentava volentieri e con ottimo profitto le lezioni, si trovava a vivere una socialità gioiosa, sentendosi simile alle sue amiche, in un’età, come quella dell’adolescenza in cui l’assomigliarsi, l’appartenenza al gruppo è così importante per la crescita.

La madre prima l’avverte e le taglia una ciocca di capelli, poi quando si rende conto che sua figlia, che chiameremo Fatima, non si convince, decide di passare ad esercitare quella che lei stessa crede possa chiamarsi diritto, in quanto madre, in quanto proprietaria di Fatima e della altre due sue figlie. Ma Fatima resiste, il velo non vuole più indossarlo e sua madre gliele taglia tutte le belle chiome, fino a rasarla e completare il suo scopo, senza tener conto (rendersi conto?) dell’umiliazione che infligge alla figlia, che accetta in silenzio quella prevaricazione sul suo corpo, ma anche della sua anima, ferita dal fatto che a procurarle dolore sia stata la mano di sua madre.

Forse anche lei è di proprietà del marito al quale deve ubbidienza e infatti le cronache non accennano al padre, che comunque in alcune famiglie islamiche esercitano pieni poteri. E’ il perché di quel gesto da studiare e valutare, quell’atto che ha portato la preside e i docenti di Fatima a ribellarsi, a sporgere denuncia dopo il racconto della ragazza, e a far così intraprendere dalla Procura e dai servizi sociali i provvedimenti che hanno allontanato Fatima e le due sorelle dalla famiglia: ora si trovano in una comunità protetta.

Il sindaco di Bologna Virginio Merola attizza il fuoco e invoca le leggi da rispettare quando si è ospiti nel nostro Paese, non si addentra sulla delicatezza e la complessa lettura familiare di questo fatto, sulle problematiche e responsabilità che hanno portato a queste conseguenze.

Meglio fa la comunità Islamica di Bologna, che non si sottrae al problema “Non c’è nulla di religioso nel gesto della madre”, spiega Yassine Lafram, coordinatore della Comunità. “Per la tradizione islamica – qualsiasi forma di imposizione rende l’atto stesso invalidato”.

Tutte le prescrizioni dell’Islam, dal digiuno del Ramadan all’andare in pellegrinaggio alla Mecca, “rientrano in una libera scelta della persona: nessuno può imporle, religiosamente parlando. L’Islam prescrive di preservare la dignità delle persone, non certo di umiliarle”. Come musulmano, prosegue, “ho il dovere di educare i miei figli ad un buon comportamento, ho il dovere di orientarli, ma non ho il dovere di obbligarli. Quando raggiungono la pubertà possono decidere di non seguire più le tradizioni della famiglia”.

Tentiamo ancora di focalizzare la madre, per capire come sia giunta a quella decisione. Le figlie dicono di essere sempre state rispettate, di non aver mai subito maltrattamenti fisici e quindi, per esclusione le assistenti sociali e il Tribunale dei minori dovranno interpretare gli eventuali maltrattamenti psicologici, l’autoritarismo esercitato sul costume e lo stile di vita delle ragazzine.

Recentemente la scrittrice Dacia Maraini, a Mestre per una conferenza si è interrogata sul simbolico del velo “ Si discute sul velo: è un segno di libertà portarlo? Quanto sono libere le donne musulmane di non portarlo? Vorrei fare osservare che se un capo di abbigliamento diventa un simbolo, quell’indumento fa parte di una divisa. Quella testa coperta e fasciata vuol dire a chi la incrocia per strada: io sono musulmana.

La frase più comune che si sente dire è questa: ogni donna è libera di vestirsi come vuole. Ma dal velo al burqa non mi risulta che una cristiana lo indossi. Quindi si tratta di una asserzione di fede. Che va benissimo. Ma non si dica che ogni donna è libera di vestirsi come vuole. Se fa parte di una comunità di credenti dovrà coprirsi per stare alle regole di quella comunità di appartenenza”.

Altre dichiarazioni della scrittrice scandiscono “Poi naturalmente c’è chi si trucca, chi mette il velo senza nascondere del tutto i capelli, ma il simbolo rimane. Se si chiede a un musulmano osservante perché le donne portino il velo, la risposta anche troppo palese è: per non indurre in tentazione gli uomini.
Quella copertura, anche solo della testa, ha un valore emblematico di negazione e censura. Copriti altrimenti susciti brama maschile. Solo di fronte al marito , ovvero il proprietario di quel corpo, la donna può mostrarsi in tutta la sua completezza.

Sia chiaro: non ho niente contro il velo e chi lo porta, ma non diciamo che si tratta di una libera scelta e che esprime l’autonomia delle donne. Il velo è un segno di sottomissione, che lo si scelga o meno. Anche le suore lo usano, mi si dice, ma appunto, anche in quel caso si tratta di dichiarare l’appartenenza a un ordine religioso”, conclude Dacia Maraini.

“Se il velo è diventato il simbolo più evidentemente sdoganato per dimostrare l’incompatibilità tra Occidente e Islam allora, a maggior ragione, siamo chiamati a creare dialogo su questo argomento senza facili moralismi e pregiudizi, ancor più se donne e femministe.
Le nostre diverse correnti di pensiero non devono forse mantenere come obiettivo la lotta per la libertà e i diritti delle donne? Il saggio “Oltre il velo” di Leila Ahmed, sviscera il femminismo nel mondo islamico e offre un vasto quadro storico della questione femminile nella cultura musulmana.
Se vogliamo contribuire al dibattito sulla condizione delle donne islamiche dobbiamo ascoltare le molteplici voci e farci portatrici di azioni concrete, sostenendo che anche se personalmente non amiamo il velo, difenderemo chi vuole indossarlo, così come chi non vuole indossarlo ma è costretta a farlo”. ( da Pasionaria, commento di Serena Cocco).
Riemerge, fra le diverse posizioni e teorie segnate da una significativa assenza di voci maschili, il volto di Fatima e delle sue sorelle, ma anche quello della madre, della loro vicenda esistenziale che forse altro non è che un concatenamento di condizionamenti e suggestioni che potrebbero essere incontrate, lette attentamente e dove si può rimosse, per comprendere dove nasce e finisce la libertà di scelta e chi e cosa ce la può negare. Giova alla chiarezza e al superamento del conflitto l’allontanamento delle figlie da casa?

Andreina Corso

Data prima pubblicazione della notizia:

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