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Dunkirk, la guerra secondo Nolan tra freddezza e svarioni retorici

Dunkirk. O Dunkuerque.
Per me è sempre stata Dunkerque ma probabilmente dopo l’uscita del film di Nolan la versione inglese del nome avrà la meglio.

Con questa apertura mi voglio ricollegare alla piccola polemica che è scaturita dopo la recensione negativa al film di Goffredo Fofi. Oltre a giudicare il film, il critico si è collegato agli aspetti sociali e politici che fanno scaturire film come questo.

Fofi accosta il punto di vista “britannico” del regista all’atteggiamento Brexit; inoltre giudica l’opera guidata da spirito antipacifista e gli elogi rivolti al regista come il nuovo genio cinematografico, frutto dei dilettantismi di pseudocritica da bloggers.

Ora, io sono certamente uno pseudocritico ma non ho alcun timore a dar ragione a Fofi. Anzi, dopo aver visto “Dunkirk”,capisco e in buona sostanza condivido il suo punto di vista che a molti bloggers e riviste son parsi figli di una cultura dogmatica di sinistra che han imperversato nei 60 e 70.

Di questi mi ha colpito quella del “Foglio” a cui non deve esser sembrato vero poter approfittare di tanta manna per buttar giù dalla torre il veterano critico. Ma a conti fatti, invece che aggredire Fofi, forse si potrebbe soppesare meglio i suoi concetti e mettere sotto severa osservazione un regista come Nolan, il cui lavoro pare di qualità alterna e la cui visione della guerra non è altro che un gelido lavoro su immagini e suoni tranne quando si devono esternare sentimenti che sono, ahinoi, di puro stampo spielberghiano di riporto.

“Dunkirk” dura, encomiabilmente, 106 minuti. Già questo fatto mi aveva messo ben predisposto verso il lungometraggio; è una rarità trovare un film che stia sotto le due ore, quasi sempre metraggio eccessivo per quello che poi è la messinscena complessiva di gran parte dei film mainstream in circolazione.

Avevo letto la recensione di Fofi e le controrisposte e la mia pregiudiziale era a sfavore del critico; anch’io temevo si trattasse di un brontolio senile.

Il film parte benissimo, in media res, con il personaggio guida che raggiunge le spiaggie per poter imbarcarsi per sfuggire alla inarrestabile avanzata dei tedeschi. Cielo livido, sabbia, colonne di soldati in righe composte. Un altro soldato sta seppellendo un cadavere; il primo militare lo aiuta e si scambiano un sorso dalla borraccia. “Molto bene”, ho pensato: ”un film di guerra secco, antiretorico, di eccellente impatto visivo.”

Nel frattempo l’elaborata soundtrack di Hans Zimmer comincia a scandire i ritmi delle vicende con suoni, rinunciando alle musiche. Un ticchettio ora lento, ora veloce, a seconda delle scene. Rumori elaborati, voci trasformate; tutto in parallelo con il resto dell’audio del film. Una grossa idea, che resta la cosa più bella del film.

Film che, dopo mezz’ora decisamente riuscita rivela la sua natura; una natura fredda non per distacco ironico verso la materia ribollente e drammatica della vicenda. Pare proprio che a Nolan di Dunkerque non interessi nulla e ciò che a molti è sembrata antiretorica personalmente a me risulta incapacità di raccontare emozioni nel modo più autentico e artistico; o astenersi da esse per rendere, per contrasto, l’assurdità e la tragedia.

Per cui i volteggi spettacolari in soggettiva dei piloti Raf (tra cui uno sprecatissimo grande attore dei nostri tempi, Tom Hardy), gli incendi, la tensione delle soggettive, il coraggio dei cittadini nel mettere a disposizione i loro mezzi privati per salvare i soldati superstiti (Dunkerque fu un dramma e una sconfitta di grande commozione e afflato) sono i tre aridi percorsi che Nolan svolge per dire che cosa? Nulla di sostanziale. Quando deve commuovere lo fa con gli escamotages più triviali che sconfessano la presunta lucidità del film.

Branagh e la sua lacrimuccia, la lettura del discorso di Churchill in treno, il vecchio soccorritore che minimizza la disfatta sono figurine gelide che fan rimpiangere un certo (si badi “un certo”) modo hollywoodiano di fare cinema. Che a molti neocritici pare tutta spazzatura. Ma anche quello dello Spielberg stesso che nell’addomesticamento ci si butta anima e corpo, senza le ambiguità nolaniane.

Alla fine del film ho provato un senso di delusione, scattato a metà film come un’illuminazione. E mi chiedo: che approccio freddo e disincantato può avere un utente di trent’anni verso la materia cinema che non sia solamente quella dell’astratto formalismo? Dove è nata la vergogna delle emozioni? Perché non ci si accorge che questo film dalla parte dei dimenticati si dimentica per primo di essi stessi mostrandoceli come freddi corpi? C’è una gran differenza tra retorica dei sentimenti e umanesimo trasportato in linguaggio artistico; ma oggi questa differenza è sempre più messa in disparte in favore di un “nerdismo” senza pietà, fatto di tecnica e citazioni a manetta, tutte livellate allo stesso piano.

Lasciatemelo dire: Nolan non è Stanley Kubrick, regista per cui la guerra era l’argomento principe e che sapeva usare il distacco più assoluto, senza cedimenti né crolli stilistici, amplificando la disumanità della belligeranza proprio con mezzi espressivi che Nolan sembra non sapere da che parte stiano.

DUNKIRK (2017 GB-USA)
reggia: Christopher Nolan
durata: 106 ‘
csat: Kenneth Branagh, Cillan Murphy, Fionn Whitehead, Tom Hardy, Mark Rylance

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