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Don Jon al cinema: se l’osexssione si fa comedy. Di Sara Prian

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Se Steve McQueen aveva posto una pietra miliare nella cinematografia mondiale parlando di dipendenza sessuale in maniera seria con “Shame”, Joseph Gordo- Levitt, qui al debutto come regista e sceneggiatore, ci porta nel mondo della dipendenza da porno con ironia, ma forse un po’ troppa volgarità.

Jon Martello (Joseph Gordon-Levitt) è da tutti chiamato Don Jon per la sua nomina di dongiovanni. Ma il sesso con una donna non può sostituire la passione che lui prova nel guardare un film porno. La sua è una completa dipendenza dalla quale non riesce a guarire nemmeno quando è l’amore a bussare alla sua porta.

Don Jon è un film che si vuole rivolgere al grande pubblico portandolo su un campo per niente facile da trattare e fortemente rischioso. Gordon-Levitt riesce nella sua operazione a metà, con una regia e una struttura narrativa veramente solida, ma che troppe volte straborda dal limite della decenza finendo per toccare l’insidioso campo del volgare.

Se McQueen nel raccontare l’oSEXione di Brandon (Michael Fassbender) ci aveva messo poesia e delicatezza, il factotum Gordon-Levitt vuole che il suo Don Jon possa arrivare più in là possibile nel cuore delle persone e soprattutto nei maschi che potrebbero rivedersi in alcune sue esternazioni. Per fare ciò non si pone limiti, suscitando anche risate e trasformando il drama, in alcuni punti, in un comedy.

Ma di buono in Don Jon ce n’è, ed è soprattutto dato dalla grande dimestichezza che il neo regista dimostra nel saper gestire al meglio i diversi media che fonde assieme, la composizione musica-immagini, la velata critica sociale e la complessa struttura narrativa.

La sceneggiatura, infatti, è costruita come i 12 step utilizzati di solito per uscire dalla dipendenza con diniego di aver un problema vivendo la vita in maniera normale, farsi sopraffare dall’ossessione che diventa più importante del rapporto in carne ed ossa, accettazione del problema e fuoriuscita dal tunnel.

Il tutto raccontato sia con serietà che con ironia, strutturando lo stesso percorso di Jon in una quotidianità quasi asfissiante che si ripete ciclicamente, fino a quando non appare il grillo parlante della situazione: Esther, interpretata da una sorprendente Julianne Moore.
Lei comprende il protagonista al primo sguardo, lo mette davanti alle sue colpe, ma non lo giudica, anzi lo aiuta a trovare il vero piacere e il vero amore. I due si salvano dallo sprofondare allungandosi una mano a vicenda senza quasi accorgersene, ma fuoriuscendo alla luce del sole mattutino e pomeridiano, senza più il claustrofobico buio delle notti nei locali e del confessionale, dell’appartamento, dello schermo del computer e dell’università notturna.

Don Jon è un’opera meritevole, interessante esordio dietro alla macchina da presa di Joseph Gordon-Levitt che, nonostante qualche evidente difetto, si deve guardare senza pregiudizi, ammirando l’innato talento del regista nel saper fondere diversi registri e media.

Sara Prian

[30/11/2013]

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