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venerdì 22 Ottobre 2021

Carabiniere si spara con la sua pistola il giorno prima del matrimonio

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Carabiniere si spara con la sua pistola: il drammatico fatto è avvenuto ieri ma è venuto alla luce oggi.
Il militare si è tolto la vita sabato sera con la sua arma di ordinanza.
Il fatto è ancora più tragico dato che oggi il carabiniere si sarebbe sposato.
Il suicidio, dunque, il giorno prima del matrimonio.
Il carabiniere, di 35 anni, prestava servizio a Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia.
Non sono note le ragioni del tragico gesto, né se il giovane abbia lasciato biglietti.
Il carabiniere prestava servizio nel reparto radiomobile.
I colleghi, i familiari e tutta la comunità sono sconvolti per il fatto.
Nessuno avrebbe mai immaginato un gesto di questo genere dato che il suo quotidiano era cristallino e i suoi comportamenti ineccepibili.
Il corpo senza vita del carabiniere è stato scoperto sabato sera dalla compagna.

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Carabiniere suicida a Chioggia

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Carabiniere si toglie la vita con la pistola di ordinanza.

Un carabiniere ha commesso il gesto estremo a Chioggia.
Il dramma verso le sei del mattino, a inizio turno.
Il tragico gesto è avvenuto vicino alla sua auto di servizio, fuori da sguardi indiscreti.
Poi il colpo, con la pistola di ordinanza, alla testa.
Del drammatico momento non ci sono testimoni.
Non sono stati trovati biglietti e non si conoscono i motivi del gesto.
Mentre i colleghi si interrogavano sconvolti confermando che nessuno sospettava un possibile stato di crisi, l’ambulanza ha portato il giovane al pronto soccorso dove, però, arrivava già deceduto.
Il carabiniere, 29enne, era arrivato da poco a Chioggia venendo assegnato al nucleo radiomobile.
Il fatto sarà ricostruito da un’indagine interna, ma dai primi indizi non emergerebbe nulla che possa spiegare il drammatico gesto.

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Una morte tragica richiede una verità che prima di essere archiviata deve essere accertata in ogni piccola e grande fase, dubbio o circostanza che la riguarda. I genitori di Maria Teresa Trovato Mazza, Sissy per gli amici, non si arrendono, non li convince il verdetto della Procura che a seguito delle nuove indagini ha concluso per la terza volta che Sissy si è tolta la vita. Non si rassegnano a una sentenza per loro inaccettabile che non rispecchia la verità. E ancora si oppongono.
Sissy, 28 anni, calabrese, agente penitenziaria a Venezia, nel 2016 è stata trovata moribonda con una ferita da arma da fuoco in testa dentro un ascensore dell’Ospedale Civile di Venezia e sono subito partite le indagini che dovevano appurare una delicatissima situazione: si era trattato di omicidio o di suicidio?
Il Pubblico Ministero aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sul tentato omicidio, rigettata però dal Giudice per le indagini preliminari che ha accolto le ragioni e i dubbi della famiglia, difesa dall’avvocato Fabio Anselmo, che non ha mai creduto al suicidio della loro figlia che si era recata all’ospedale lagunare per far visita a una giovane detenuta che aveva partorito qualche giorno prima.
Due anni di agonia per la povera Sissy mentre andavano a procedere le indagini sulla pistola, sulle amicizie, sulle rivelazioni di chi la conosceva bene. E poi l’autopsia a violare ancora il corpo della giovane agente.

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La verità ha spesso un volto enigmatico e come nei personaggi pirandelliani rivela molte angolazioni, ma in questo caso, la ricerca della veridicità dei fatti, lo studio degli elementi che li hanno provocati, varcano l’analisi dei luoghi, delle cose, del mondo reale e interiore di Sissy. Si ‘sconfina’, per così dire quell’habitat della riservatezza che viene sacrificata sia in nome delle indagini sia in virtù dell’archiviazione. Eppur si deve e si agisce: la famiglia sopravvissuta al dolore della perdita, non può accontentarsi di una verità definitiva che non chiarisce, non mette pace nei cuori di chi Sissy l’ha amata.
Fra luci e ombre le perizie hanno controllato la lista delle celle alla quale era agganciato il cellulare, ricercato tracce di Dna sull’arma, sul computer, rilevando l’assenza di sangue sulla parte finale della canna della pistola, introducendo interrogativi inquietanti sulla modalità dello sparo. E su quest’ultimo aspetto il legale della famiglia ha insistito, raccomandando “particolare riguardo al colpo di arma da fuoco e ai dati tecnici, prima ancora di quelli relativi alla vita privata e sociale di Sissy: sono le prove scientifiche da sole a mettere in discussione l’ipotesi del suicidio”. 

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Sullo sfondo una delicata denuncia del 2016 sulla presunta presenza di sostanze stupefacenti che “sarebbero circolate” al carcere femminile della Giudecca, le odiose e rimarcate valutazioni sulla sua persona, “peculiari condizioni psicologiche” e lo “stato depressivo” legato a questioni di lavoro e agli screzi con colleghe e dirigenza dell’istituto, complice anche le contestazioni di due illeciti disciplinari. E poi gli accertamenti chimici sulle mani, che “hanno evidenziato particelle di piombo, antimonio, bario su mano destra e sinistra e possono essere considerate caratteristiche dell’esplosione di cartucce per armi da fuoco”. Evidenze rigettate dalla famiglia e dall’avvocato.

La giurisprudenza recita: ”L’archiviazione costituisce l’alternativa all’esercizio dell’azione penale, cui il Pubblico Ministero può determinarsi, in esito alle indagini preliminari, in uno dei seguenti casi: quando la notizia di reato risulti infondata, sia rimasto ignoto l’autore del reato, risulti mancante una condizione di procedibilità, il reato sia estinto o il fatto non sia previsto dalla legge come reato, il fatto sia particolarmente tenue”.

>> vedi anche: Morta agente penitenziaria a Venezia: trovata soffocata nel mobile del letto

Dopo gli ulteriori accertamenti, ordinati a novembre dal gip Barbara Lancieri, la procura di Venezia per la terza volta ha dunque chiesto l’archiviazione del caso di Sissy, certa che si sia trattato di un suicidio con la pistola di ordinanza, motivato da un periodo per lei difficile, sia sul lavoro che dal punto di vista personale. E per la terza volta i familiari della ragazza hanno presentato opposizione.
Gli avvocati Pini e Albanese rispetto le lacune ravvisate in merito alle valutazioni sulla morte di Sissy, hanno nominato l’ex Generale dei Ris, Luciano Garofano, quale consulente tecnico, attraverso il quale si riaprirà l’indagine e accantonerà nuovamente il provvedimento di archiviazione.

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Redazione Venezia
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