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Anniversari di violenze contro le donne, parliamone anche noi

Diventano magnetici i numeri scritti sul calendario, evocativi i mesi e i tempi che puntualmente ci dicono di dirla, di urlarla quella verità lunga e sempre vinta che riguarda lo sforzo d’emancipazione di una società violenta, dove le donne vengono prima zittite, maltrattate e poi uccise.

Sfugge a tutte le analisi quella violenza covata un po’ per volta che le donne per tanti anni hanno subito in silenzio e nella paura, memori dei sacrifici delle loro madri e delle loro nonne, che hanno abitato nella casa della fatica e del sacrificio, per una reputazione da difendere, in virtù di un matrimonio da salvare, da conservare in nome dei figli, che solo nella famiglia compatta potevano essere felici. Donne che hanno accettato di essere le ultime a sedersi a tavola, che si sono fatte carico della vecchiaia di genitori e suoceri, donne senza lavoro, dipendenti dal marito anche per potersi comperare un paio di calze.

Certo, si dirà, erano altri tempi e quando i mariti le picchiavano anche in presenza dei figli perché “erano stanchi, nervosi” e quindi giustificati, o perché erano ubriachi, quando le violavano sessualmente “per diritto di corpo”, noi donne, cosa facevamo? In silenzio aspettavamo lo scorrere delle ore e le prime luci del giorno, impacchi freddi e ghiaccio sul viso tumefatto, la risposta pronta per chi nel corso della giornata poteva chiederci? Cosa è successo, sei tutta gonfia! E noi a dire che siamo inciampate e sbattute di notte contro l’armadio. E ancora noi a non dire, a non raccontare il dolore dell’anima che spinge al risentimento da non mostrare mai, anche quando il corpo rivela la rassegnazione della paura. E gli occhi? Gli occhi che ci guardavano, cosa vedevano? Perché si sono rivolti altrove?

Erano altri tempi, dicevamo? 25 Novembre 2016. Esattamente quarant’anni fa nacque a Bruxelles il Tribunale internazionale sui crimini contro le donne. Vi parteciparono donne di tutto il mondo per prendere coscienza e forza sulla parola che oggi porta il nome di femminicidio. Termine che mette insieme la brutalità della violenza maschile in famiglia e fuori, il calvario che sfocia nella morte.

Parola che si affaccia alla nostra e ad altre culture che hanno come finalità l’annientamento della persona –donna. Una lista macabra di ingiustizie, dalle spose bambine alle mutilazioni genitali, occidente ed oriente ugualmente proiettati a non volere o riuscire a capire nulla dell’orrore che è stato seminato e che in tempi come questi, che alcuni associano al progresso, perpetua la violenza, le ferite non si rimarginano e la donna per difendersi è costretta a nascondersi, a scappare, a rifugiarsi nei centri antiviolenza, in abitazioni e zone ignote.

Nel mondo antico la violenza sulle donne non era reato, si attribuisce all’imperatore romano Augusto l’emanazione di una legge che puniva l’adulterio come crimine pubblico, chiunque poteva denunciare una donna che veniva relegata in un’isola. Passarono i secoli e le donne, le streghe, il rogo, la superstizione, l’ignoranza, hanno contaminato la dimensione vera della presenza femminile nel mondo, relegato a dovere e consuetudine margini il valore inestimabile della maternità, perpetuando così la distanza e nutrendo invece la sudditanza psicologica, economica e morale nei confronti del maschio.

Le studiose di questo fenomeno, oltre a rilevare che ogni anno oltre 100 donne vengono uccise, ci avvertono che si uccide in modi diversi. E che il termine femminicidio si distingue dall’omicidio proprio perché quest’ultimo ci dice che qualcuno è morto, mentre il primo dice anche il perché.
Il femminicidio riguarda le pratiche di mortificazione inflitte alle donne, che causano la morte psichica e che violano la dignità del corpo e della mente, il condizionamento sociale sulle scelte di vita, la mancanza di lavoro, le scelte di vita obbligate dagli altri.

E femminicidio in essere il linguaggio che fin da piccole le donne si sentono addosso, il giudizio estetico che le promuove o le boccia secondo i canoni di una bellezza rituale richiesta (maschile) che sfiora i canoni dell’aggressione, quando non corrisponde al desiderio sessuale. Ogni ragazza conosce questi linguaggi, quali sei grassa, sembri un uomo, e chi ti vuole, stai zitta… fino ad un “normale” ti ammazzo.

Certo, bisognerebbe che tutti ci rieducassimo, ma da dove partire? Bisognerebbe non farsi condizionare dalla modernità, vivere sulle cime degli alberi come il protagonista de Il barone Rampante di Italo Calvino, diventare monaci, monache, magari sparire. Ma come fare? Bisognerebbe non essere fragili, ma come si fa?

Condizionale d’obbligo di fronte alle statistiche che con i loro conteggi ci svegliano dai sonni e dagli incubi.
Il 90% delle violenze non viene denunciato, e solo il 35% di chi la subisce la considera reato, l’aggressività maschile viene tollerata come facente parte della dimensione forte dell’uomo. Culturalmente arretrata e intimamente criticata, riesce prevalere e a farsi spazio, conosce evoluzione, e si spera nelle giovani generazioni, che vorrebbero uscire da questo ghetto simbolico, ma la realtà che conoscono e vivono non li aiuta di certo.

E se provassimo a dire anche noi qualcosa sul nostro desiderio di cambiare questo mondo insieme agli uomini, sì anche con loro, per inaugurare un dialogo che ci incoraggi a sperare che tra qualche anno la parola femminicidio esca dalla nostra vita, che gli anniversari e le statistiche diventino un ricordo?

Andreina Corso

26/11/2016

Riproduzione Riservata.

 

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