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Invasione delle meduse ‘occhio di bue’, colpa del Mose?

Tutti i bagnanti delle nostre coste hanno fatto i conti quest’anno con il proliferare della Cassiopea mediterranea, tipo di medusa il cui contatto è, pari alle altre specie, urticante per l’essere umano. Un fenomeno in costante crescita che ha avuto il suo riscontro più eclatante questa estate con una moltitudine di segnalazioni. La Nuova Venezia […]

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Invasione delle meduse 'occhio di bue', colpa del Mose?

Tutti i bagnanti delle nostre coste hanno fatto i conti quest’anno con il proliferare della Cassiopea mediterranea, tipo di medusa il cui contatto è, pari alle altre specie, urticante per l’essere umano. Un fenomeno in costante crescita che ha avuto il suo riscontro più eclatante questa estate con una moltitudine di segnalazioni.

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La Nuova Venezia ha offerto una possibile spiegazione al fenomeno indicando per l’aumento l’ambiente favorevole offerto dalle dighe sommerse che avrebbero creato un habitat facilitativo alla riproduzione.

Qui sotto l’articolo apparso sul quotidiano.

Sono grandi e sono molte. Ma non sono particolarmente urticanti.
Sono le migliaia di meduse “a occhio di bue” che in questi giorni chi fa il bagno al Lido o in laguna Nord incrocia ad ogni bracciata.

Il loro nome è Cassiopea mediterranea (Cotylorhiza tuberculata) e da qualche anno sono entrate a far parte dell’habitat veneziano: “grazie” al Mose, le cui opere a mare hanno offerto a queste meduse la roccia alla cui aggrapparsi per la posa delle larve.

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Così sono tornati nelle nostre acque anche i Polmoni di mare, che come la Cassiopea per riprodursi assumono una fase a polipo e devono agganciarsi alla roccia. Quella che non c’era e ora hanno trovato sulle dighe sommerse.

La massiccia presenza delle grandi meduse è al centro delle osservazioni del Museo di storia naturale di Venezia: «È chiamata “medusa occhio di bue” per l’aspetto simile a un enorme uovo cucinato all’occhio, potendo arrivare a 30 cm di diametro e diversi chili di peso.

È da sempre presente in Mediterraneo e in Adriatico, ma lungo le nostre coste era piuttosto rara fino a pochi anni fa, mentre ora il suo numero sta aumentando progressivamente», si legge in un report sul sito del Museo, «il colore marroncino dell’ombrello è dovuto alla presenza di microalghe simbionti che vivono nei tessuti dell’animale: la medusa vive in prossimità della superficie, per avere la luce necessaria alla sopravvivenza delle alghe.

Sotto l’ombrello, piccoli pesciolini… (l’articolo completo su La Nuova Venezia del 23/08/2018)

(foto: Emanuele Ferraro)

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