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Christa Pike, 50 anni, è ricoverata in condizioni gravi, intubata e priva di sensi in un ospedale vicino a Nashville dopo un tentativo di esecuzione con iniezione letale avvenuto mercoledì nel Tennessee. Lo hanno reso noto i suoi legali in un documento depositato in tribunale.
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Secondo gli avvocati, a Pike sono state somministrate due dosi di pentobarbital che sono apparse letali, ma la donna è sopravvissuta. I difensori non hanno fornito ulteriori dettagli medici e hanno chiesto l’intervento dei giudici per interrompere definitivamente l’esecuzione, sostenendo che la condannata stia subendo un’“agonia non necessaria” e che le siano dovute procedure salvavita immediate.
Il governatore repubblicano Bill Lee ha annunciato la sospensione dell’ultima esecuzione prevista per quest’anno in attesa di una revisione indipendente per chiarire quanto accaduto, decisione riportata dall’Associated Press. L’ufficio del procuratore generale del Tennessee, Jonathan Skrmetti, ha espresso la necessità di comprendere i fatti, mentre il direttore esecutivo della Justice Coalition, Robert Bracewell, ha detto che la famiglia della vittima non è stata informata sui prossimi passi e si dichiara “devastata” e arrabbiata per la scarsa trasparenza dello Stato.
La procedura, autorizzata dalla Corte Suprema federale dopo una sospensione poche ore prima dell’esecuzione, è però precipitata in un caos testimoniato da osservatori e giornalisti. I presenti riferiscono che le autorità hanno somministrato due dosi di pentobarbital; le vene della detenuta si sarebbero rotte, costringendo a ripetuti tentativi soltanto parzialmente riusciti. I testimoni hanno descritto momenti di confusione: la tenda della sala stampa è stata abbassata alle 19:46, rialzata tre minuti dopo, di nuovo abbassata alle 20:06 e i presenti hanno udito respiri pesanti fino alle 20:53, quando l’audio è stato interrotto e i giornalisti fatti allontanare.
Esperti citati dai media ritengono molto probabile che la doppia somministrazione, il collasso venoso e il ritardo nelle manovre di rianimazione possano aver provocato danni cerebrali permanenti dovuti a overdose chimica e ipossia. Le autorità e la struttura sanitaria mantengono riservati i dettagli sullo stato neurologico e sui parametri vitali; il team medico è comunque legalmente obbligato a prestare cure d’urgenza per stabilizzare la paziente. Dorinda Carter, portavoce del Dipartimento di Correzione del Tennessee, ha riferito di non poter fornire informazioni immediate. All’esterno del carcere si è visto un viavai di ambulanze.
I legali di Pike hanno presentato istanze urgenti alla Corte Suprema e ad altre corti per bloccare l’esecuzione, sostenendo che la mancata assistenza rappresenti una deliberata indifferenza verso bisogni medici seri e legittimi. Hanno inoltre chiesto la commutazione della pena in ergastolo; il governatore Lee aveva però già respinto una richiesta di clemenza pochi giorni prima.
Il caso ha riaperto il dibattito sulla pena capitale negli Stati Uniti. Pike sarebbe la prima donna messa a morte in Tennessee da almeno due secoli, secondo la direttrice del centro Robin M. Maher. A livello nazionale, dal 1976 le donne eseguite sono state 18, circa l’1% del totale, con l’ultima esecuzione statale di una donna nel 2023 in Missouri e una esecuzione federale nel 2021.
La vicenda fa inoltre luce sulla storia processuale e personale di Pike: all’epoca dei fatti aveva 18 anni (era nata il 12 gennaio 1976) e nel gennaio 1995, insieme al fidanzato Tadaryl Shipp, allora 17enne, e a una terza complice, attirò e uccise Colleen Slemmer, 19 anni, nei pressi del campus agricolo dell’Università del Tennessee. Secondo l’accusa Slemmer fu ferita con un taglierino, colpita con un blocco di asfalto e infine uccisa; sul corpo Shipp avrebbe inciso un pentagramma. Il processo si concluse nel marzo 1996 con la condanna a morte per Pike; Shipp, minorenne all’epoca, ricevette l’ergastolo con possibilità di liberazione condizionale, mentre la terza donna testimoniò contro gli altri e ottenne una pena ridotta.
La difesa di Pike ha da anni sottolineato una serie di circostanze attenuanti non adeguatamente presentate al processo del 1996: una storia di violenze e abusi fin dall’infanzia, almeno due stupri documentati a 11 e 17 anni, trascuratezza, danni cerebrali precoci e successive diagnosi di disturbo bipolare e disturbo post-traumatico da stress. Gli avvocati sostengono che, se quel quadro fosse stato conosciuto allora o in un nuovo processo, la pena capitale non sarebbe stata inflitta, anche alla luce dei progressi nella comprensione dello sviluppo cerebrale degli adolescent
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