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“Saman Abbas uccisa dal clan familiare, non sopportava sua autonomia”: le motivazioni della sentenza
La vicenda di Saman Abbas, la giovane di origini pachistane scomparsa a Novellara nella primavera del 2021 e ritrovata senza vita un anno e mezzo più tardi, continua a scuotere l’opinione pubblica e a rappresentare uno dei casi giudiziari più emblematici degli ultimi anni. La Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha depositato le motivazioni della sentenza che ha confermato le condanne più pesanti per i familiari della ragazza: ergastolo per i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, ergastolo per i due cugini e 22 anni di reclusione per lo zio Danish Hasnain.
Secondo i giudici, l’omicidio fu frutto di una decisione lucida e premeditata, maturata all’interno di quello che la sentenza definisce ripetutamente “il clan familiare”. Un nucleo chiuso, impermeabile all’esterno, che non avrebbe tollerato la volontà di Saman di condurre una vita libera, indipendente e lontana dalle rigide imposizioni culturali e religiose imposte dai suoi genitori.
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La Corte sottolinea come la determinazione omicida sia stata assunta con “fredda lucidità”, perché ritenuta l’unica via possibile per punire la giovane, colpevole – agli occhi dei suoi familiari – di aver scelto l’autonomia, l’amore e la libertà personale. Una scelta che strideva con il sistema di valori della famiglia, descritta come una struttura patriarcale chiusa e incapace di accettare la modernità del contesto in cui viveva.
Nonostante la condanna all’ergastolo, la Corte ha chiarito che i genitori di Saman non furono gli esecutori materiali del delitto. La madre Nazia e il padre Shabbar, pur avendo condiviso il progetto e accompagnato la figlia dai suoi carnefici, non avrebbero fisicamente ucciso la ragazza. A stringere attorno a Saman la morsa letale, quella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021, sarebbero stati lo zio Danish e i cugini Noman Hulaq e Ikram Ijaz. Sarebbero stati loro a immobilizzarla e a toglierle la vita, seppellendo poi il corpo tra le serre, a pochi passi dalla casa di famiglia.
Questa diversa ricostruzione rispetto al primo grado ha avuto conseguenze rilevanti: se inizialmente i cugini erano stati assolti, in appello sono stati ritenuti parte integrante del piano criminale e condannati all’ergastolo. Lo zio Danish, che ha collaborato con gli inquirenti indicando il luogo della sepoltura, ha ricevuto uno sconto di pena, fissato a 22 anni.
Un capitolo fondamentale della sentenza riguarda la figura del fratello minore di Saman, oggi considerato testimone credibile e del tutto estraneo al delitto. In primo grado la sua voce era stata giudicata poco attendibile, ma per la Corte bolognese il ragazzo ha fornito un racconto “articolato, coerente e credibile nel suo nucleo essenziale”. La sua testimonianza è stata ritenuta decisiva per ricostruire il contesto familiare e le dinamiche che hanno portato alla morte della sorella.
Secondo i giudici, quel giovane – all’epoca appena sedicenne – viveva in una condizione di isolamento, immerso in un microcosmo familiare chiuso e oppressivo. La perdita della sorella, per lui figura affettiva di riferimento, lo avrebbe profondamente segnato. Nelle motivazioni si legge che la sua posizione è “di assoluta estraneità al concerto criminoso” e che anzi fu percepito dai familiari come un ostacolo da aggirare nella realizzazione del piano. Anche quando mostrò ai genitori le chat tra Saman e il fidanzato, lo fece convinto che la sorella sarebbe stata al massimo rimproverata o punita, senza immaginare l’esito tragico che di lì a poco si sarebbe consumato.
La vicenda di Saman Abbas non è solo una dolorosa cronaca nera, ma il riflesso di un conflitto tra culture, di un drammatico scontro tra la libertà individuale e le catene di tradizioni patriarcali che, in questo caso, si sono trasformate in condanna a morte. La sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna ribadisce che non si è trattato di un gesto improvviso, ma di un piano criminale condiviso e maturato nel tempo.
Un piano che ha stroncato la vita di una ragazza appena diciottenne, colpevole solo di voler vivere la propria giovinezza con libertà.
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