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venerdì 07 Maggio 2021

25 Aprile Festa della Liberazione. Una storia. Di Andreina Corso

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C’era un ragazzo, ad Auschwiz, che teneva sempre stretta in mano una lettera. Quel ragazzo che oggi è un signore di novantaquattro anni e vive in una Residenza per anziani, si chiama Clemente, è in buona salute e non aspetta nessuno che lo vada a trovare.

C’era un ragazzo, ad Auschwiz, che teneva sempre stretta in mano una lettera. Quel ragazzo che oggi è un signore di novantaquattro anni e vive in una Residenza per anziani, si chiama Clemente, è in buona salute e non aspetta nessuno che lo vada a trovare. “Non per cattiveria”, ci tiene a chiarire, “ma perché la mia famiglia non c’è più”. Ha gli occhi chiari, il signor Clemente, che di lavoro faceva il ferroviere e che è anche per questo, osserva, ha sempre cercato di guardar lontano.

Come si fa a guardare lontano, a mantenere l’idea del tempo e del futuro quando si sono trascorsi anni tremendi in un campo di concentramento?
In quegli anni ho visto situazioni e assistito a orrori che ancora oggi mi vengono a trovare nel sonno.
Ogni giorno mi stupisco di essere vivo, diciamo, e mi scusi, di essermela cavata, di aver potuto riabbracciare mia madre. Mi vergogno ancora rispetto a tutti gli uomini, le donne e i bambini, che sono stati ammazzati e che noi dovevamo seppellire. E poi le camere a gas i forni, il fumo che usciva dalle ciminiere. Come ho fatto a sopportare? Non lo so. Leggevo tutti i giorni di nascosto una lettera che mi aveva messo in tasca mia madre, quando i nazisti sono venuti a prendermi. Guardi, ce l’ho ancora. Vuole sapere cosa c’è scritto?
No, non importa, grazie, non vorrei. . .
Mi fa piacere leggergliela, sentire la mia voce che parla con le parole di mia madre. (Sfila dalla tasca un foglio ingiallito)
“Caro Tino, adesso come faremo, che ne sarà di noi? Sii forte, resisti e tutti i giorni cerca di leggere questa lettera che ti affido. Voglio che sia per te come il pane quando si è affamati, una carezza quando ci si sente soli. Non so, dove ti porteranno, ma in ogni luogo io leggerò le parole che ti ho scritto e che ho copiato in un altro foglio che terrò sempre con me. Sapere che tutti i giorni una corrente di affetto percorrerà le nostre vite, vedrai, ci aiuterà. Ricordati sempre del mio bene e fa’ che copra questo brutto mondo che non ci vuole e che emerga, come l’aurora dopo il buio. E ricordati del nostro cane, di Argo, quando ti faceva le feste ”.

È una lettera bellissima, è incredibile che sia riuscito a conservarla.
L’ho difesa come se avessi voluto proteggere mia madre. Durante il giorno lo avvolgevo con le foglie e la nascondevo sotto una mattonella del pavimento. Di notte la leggevo, rivedevo il volto di mia madre e il pelo nero e lucido di Argo e dimenticavo per qualche minuto il pagliericcio sudicio, la gabbia che ci accoglieva, che sarebbe stata una stanza. E poi dimenticavo la conta, uno, due, tre, fuori uno, ripetuti in tedesco centinaia di volte, che designava la gente da ammazzare.

Come ha fatto a sopportare?
È strano, sa!, è incredibile come ci si abitui alla presenza sinistra della morte. Sapevo che il prossimo potevo essere io e allora mi tuffavo sulla lettera di mia madre, che mi chiamava Tino, come se fossi stato sempre il suo bambino piccolo, da chiamare così, con un diminutivo.
Ci si abitua a ogni tipo di sopruso: torturati, costretti a soffrire ogni tipo di dolore , ci trascinavamo nel campo di concentramento fino a non provare più emozioni. L’umiliazione è aberrante e mostra quanto possa essere banale e senza limiti la violenza.


Primo Levi ha scritto che nonostante il lager uccidesse, obbligasse ai lavori forzati persone denutrite e private anche del proprio nome, nonostante la brutalità, emerge una coscienza che cerca di reagire. È stato così anche per lei?

Sì, credo che in fondo sia stato così per tutti i prigionieri. Solo che per milioni di persone non c’è stato neppure il tempo per pensare. Io mi aggrappavo alla lettera, leggevo e rileggevo per risentire la voce di chi mi ha messo al mondo e lo scopo più grande era non essere scoperto e privato dell’unico legame che mi congiungeva alla vita.

Se oggi potesse dire qualcosa a quei soldati tedeschi, cosa direbbe?
Prima devo capire se quei soldati potevano essere persone. Se lo erano e ne dubito, erano dei fanatici con una fede cieca e l’adorazione verso un dittatore, una bandiera, una razza, brutta parola, erano uomini? Uomini come le persone qualunque, come quelli che s’incontrano per strada, in un negozio o in posto di lavoro? E perché ci odiavano? Sì, chiederei proprio questo: perché volevate distruggerci?

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Dopo tanti anni, che cos’è per lei la Liberazione?

Potrei scherzare e dirle che ora a rinchiudermi è questo posto, ma non sarebbe giusto, lo so. Però, vede, neanche quella guerra è riuscita a bandire i luoghi che contengono le persone , per esempio anziane, ma non solo loro. Voglio dire che non abbiamo imparato abbastanza se ancora ci sono le guerre nel mondo, se ancora si odiano gli stranieri e se la nostra bella Costituzione non sempre è rispettata.

Lo sa che Piero Calamandrei diceva che la nostra Costituzione deve guardare lontano, come ha fatto lei?
Sì, lo so, ha detto che non bisogna avere uno sguardo miope ma presbite. Eppure abbiamo fatto mestieri diversi. Io dal treno ho guardato il mondo scorrermi accanto, venirmi incontro, andare lontano. Lui, scrivendo i valori e le regole in difesa della democrazia ci ha fatto un grande dono. Guai a sprecarlo, guai a perderlo. Teniamocelo stretto, facciano anche gli altri, anche lei, quello che ho fatto io per difendere e conservare la lettera di mia madre.

Il ragazzo del secolo scorso si ritira. Mi esibisce ancora la lettera per farmi ciao con la mano e un raggio di sole la illumina di luce vera.

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