Donna curata con le erbe morì di cancro: dottoressa a processo
I più imbarazzati, ma anche i più preparati, sono i Senatori medici, che conoscono i problemi dei malati perché li hanno vissuti e più di altri possono aiutare a comprendere un tema delicatissimo che tocca le coscienze e che si presta ad interpretazioni soggettive.

Va affrontato il cuore della questione principale, ha detto il senatore Luigi Manconi e il cuore è la sofferenza, la dignità della persona, che sempre deve essere considerata e ancor più quando è ammalata e in condizioni che umiliano il corpo e la mente. E poi ci sono i familiari, i medici, c’è chi cura la persona ammalata, coloro che devono affrontare, giorno dopo giorno il dramma del fine vita di un proprio caro.

Problemi etici, aspetti religiosi, laicità, intrecciano e agganciano la complessità della legge sul biotestamento, approvato dalla Camera lo scorso Aprile e ora all’esame di un Senato che dovrà valutare e votare un numero enorme di emendamenti, tutti già annunciati, prima del voto finale.

In sostanza, una persona, quando è in vita e perfettamente cosciente, può stabilire quali possono essere i limiti di sofferenza da non superare, in caso di malattia. Il tema, che riguarda la vita e la morte, ha influito un dibattito liberato dai toni consueti di scontro e pur nelle differenti idee e ideologie, sta conducendo un percorso utile alla conoscenza, che Radio Radicale trasmette in diretta e dalle quali prendiamo spunto per un nostro contributo.

Già il primo articolo del Provvedimento della legge sul Biotestamento sancisce il rispetto della Costituzione stabilendo che nessun trattamento sanitario può attuarsi senza il consenso libero e informato della persona interessata, che può avvalersi del suo medico di fiducia e dei familiari, qualora lo richiedesse.

Le Dat (Disposizioni anticipate di trattamento) stabiliscono che“ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali”.

Le Dat, sempre revocabili (e questa possibilità è sempre presente nelle dichiarazioni dei senatori), risultano inoltre vincolanti per il medico e “in conseguenza di ciò – si legge – è esente da responsabilità civile o penale“.

Questo passaggio stabilisce le modalità di espressione della propria volontà: “Le Dat devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata, con sottoscrizione autenticata dal notaio o da altro pubblico ufficiale o da un medico dipendente del Servizio sanitario nazionale o convenzionato. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, possono essere espresse attraverso videoregistrazione“. In caso di emergenza o di urgenza, precisa inoltre il decreto legge, “la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni“.

Ancor più difficile, se possibile l’argomento minori. Qui si sollevano reazioni forti, di carattere etico e religioso, per quanto riguarda i minori: “il consenso è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall’amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore“, precisa il ddl.

Un altro importante articolo si occupa della pianificazione delle cure “Nella relazione tra medico e paziente, rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta può essere realizzata una piano terapico condiviso tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

Questo provvedimento, che del resto una persona può scegliere di considerare o meno quando è in buona salute, non ha nulla a che vedere con l’eutanasia, è un punto di equilibrio rispetto a bisogni urgenti e eviterebbe i viaggi all’estero, per poter morire con dignità, come abbiamo visto negli ultimi tempi.

Oggi si è insinuata la necessità di una pietas che accompagni una persona molto malata, spesso in stato vegetativo e tenuta in una finta vita da macchinari in un accanimento crudele per una vita che non c’è più.

Rimane comunque un delicatissimo argomento di civiltà la cui interpretazione riguarda il nostro personale sentire e le particolari caratteristiche di ogni individuo quando si trova a dover decidere su atti che investono l’umanità, la vita, la morte, la dimensione di una libertà e persino di una giustizia difficili da definirsi.

Andreina Corso

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Andreina Corso
Cittadina 'storica' di Venezia, si occupa della città e della sua cronaca. Cura gli approfondimenti, è giornalista, insegnante, autrice letteraria, poetessa.

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