Voce del Verbo di oggi: Mietere. 2a coniugazione, Modo infinito. Di Andreina Corso

ultimo aggiornamento: 02/03/2015 ore 05:20

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campo grano trattori

Voce del Verbo
Mietere
Seconda coniugazione Modo infinito

Marzo – Mietere due emme iniziali per uscire, almeno idealmente dall’inverno.
E non solo da quello delle stagioni dove si identificano freddo, neve e pioggia,
ma anche dall’altro inverno, quello interiore, buio anche quando splende il sole.
La promessa della primavera si avvera con questo nome Marzo, la cui pronuncia ci ricorda subito la poesia della nostra infanzia di Angiolo Silvio Novaro : “Che dice la pioggerellina di marzo che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto, sui bruscoli…”
Già, che dice? Ci racconta un mondo si sensazioni e di suoni dove il verbo mietere si sente a suo agio.
Diversa l’intuizione di Omero che ci dice: “Molto si miete in guerra, ma il raccolto è sempre scarsissimo…” Ci vien da dire, meno male, se la raccolta sono le vittime della guerra.


Anche Alessandro Manzoni si sofferma sul nostro verbo, con tutt’altro segno.
“Dove semina l’ira, il pentimento miete”. Un pentimento che cresce come spighe di grano al sole è forse ciò di cui si sente il bisogno nel nostro tempo offeso.
E’ pur vero che il fattore tempo e il modo di curare una mietitura fa la differenza, ma non credo consista nell’abbondanza del raccolto, casomai dalla sua qualità.

Poi ci sono i soliti sognatori che si illudono di aggiustare il mondo, quelli che… non capiscono, dicono gli altri, quelli che non sognano e che invitano a stare ben svegli e vigili. Uno di questi sognatori, un anonimo ha scritto questa poesia che vi affido.

” Non credo al diritto dei più forti,
alla potenza dei potenti al privilegio della razza.
Voglio credere che il mondo intero è la mia casa
e il campo nel quale semino
e che tutti mietono ciò che tutti hanno seminato.
Sogno, una terra nuova dove abiterà la giustizia “.


Andreina Corso

01/03/2015

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Una persona ha commentato

  1. E’ tempo di mietere …
    i campi hanno uno splendido color biondo oro che danza al tempo . Non c’è più un papavero nè un fiordaliso neppure a pagarlo. Si è persa nel tempo la poesia dei campi punteggiati di rosso e blu. Ormai il raccolto ha da essere solo e soltanto del miglior grano possibile senza altre ‘erbe’che lo disturbino. Ma che belli sono i miei ricordi quando in bici andavamo nei campi a vedere il taglio, il pulviscolo giallo che si sollevava, il sapore della terra,l’aria che ti riempiva i polmoni di tanti buoni sapori, si raccoglievano i papaveri e facevamo dei timbri sulle mani con la loro corolla scura. Si portava a casa qualche spiga abbondante di chicchi insieme a qualche fiore per…far passare la ‘rabbia’della mamma che non ci vedeva mai arrivare!!!
    Quando la stanchezza aveva il sopravvento, ognuno ritornava nelle proprie case.
    Tempi lontani, usi, costumi e tradizioni ormai perse nel tempo…oggi tutto dipende dalle macchine…nn c’è più quel calore, quell’amicizia, quella voglia di star insieme divertendosi con semplicità…
    Rimane solo l’odore della farina, dell’impasto che lievita ed il profumo croccante del pane appena sfornato…
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