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San Servolo, Venezia. Da luogo di segregazione a isola polifunzionale

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Isola di San Servolo, a Venezia: da luogo di emarginazione e segregazione a centro servizi, eventi, aggregazione e memoria storica.

Qualcuno ricorda ancora la minaccia “se non fai il bravo ti mando a San Servolo”, ma oggi quell’espressione è fortunatamente scomparsa portandosi dietro tutto quello che quest’isola ha rappresentato nel corso dei secoli.
San Servolo è il simbolo di come i soldi pubblici abbiano portato al riutilizzo di un’intera isola che rischiava l’abbandono e la vendita a privati.
San Servolo è l’isola dove le eccellenze delle istituzioni scolastiche trovano posto; San Servolo è l’isola della pace grazie al suo enorme parco e alla vista che si estende su Venezia, rendendola location perfetta per eventi di ogni tipo; San Servolo è anche l’isola dell’inquietudine, della sofferenza, delle decine di migliaia di cartelle cliniche che raccontano storie di esseri umani, di vite, di soggiorni brevi o lunghi, di una malattia che a volte era dovuta alla malnutrizione e altre volte non lasciava scampo.
San Servolo era l’isola della follia, dove in un tempo non così lontano sorgeva il manicomio monumentale della città, spazzato via dalla Legge Basaglia del 1978, la riforma psichiatrica che ha portato alla chiusura di tutti i manicomi.

L’isola, come spiega l’amministratore unico Andrea Berro, ha una ricettività di 175 camere con una capienza di circa 300 posti letto e qui vi si svolgono dai 120 ai 150 eventi all’anno: feste aziendali, matrimoni, mostre, convegni e altro.
Ma a perenne testimonianza di ciò che è stato, si può anche visitare il Museo della follia, che registra circa 6mila visitatori ogni anno e il trend è in crescita.
“San Servolo è tra le più belle isole minori e l’unico esempio di recupero da parte del pubblico: in origine era un monastero benedettino prima di monaci e poi di suore, poi è stata anche bonificata nel corso degli anni, dopo un millennio è diventata presidio ospedaliero militare e poi manicomio monumentale maschile della città fino al 1978 – spiega Berro – successivamente ha subito un periodo di abbandono fino alla fine degli anni 90, dopodiché la Città Metropolitana, allora Provincia di Venezia, ha fatto un importante intervento di restauro e ristrutturazione dell’isola con fondi pubblici statali per trasformarla in un centro congressuale. Inizialmente l’attività era rivolta soprattutto al mondo accademico e degli studenti, con l’insediamento di Venice International University, poi si è aperta ad altre realtà istituzionali e all’organizzazione di eventi”.

San Servolo custodisce e testimonia – perché la memoria dei 1600 anni di Venezia va custodita, testimoniata e raccontata – ma guarda anche oltre.
Nel luogo un tempo di emarginazione e segregazione oggi si libera il vociare dei bambini che qui svolgono i campi estivi, si raccolgono le olive, si uniscono in matrimonio gli innamorati, si festeggiano gli eventi aziendali, si inaugurano mostre, si vedono passare affaccendati studenti, studiosi, visitatori.
E si guarda al futuro anche in tema di sostenibilità, con un progetto che prevede la realizzazione di una serie di interventi di ammodernamento delle strutture e delle funzioni dell’isola che verranno effettuati nell’ottica del design e soprattutto del rispetto ambientale.

L’isola, dal 2004 gestita dalla società San Servolo – Servizi Metropolitani di Venezia, nel 1700 ospitava i numerosi feriti della Repubblica Serenissima che confluivano a Venezia dai luoghi degli scontri con i Turchi e venivano curati dai Padri di San Giovanni di Dio, oggi Fatebenefratelli.

Come racconta Luigi Armiato, responsabile del Museo, tra le testimonianze rimaste vi è la farmacia settecentesca – un tempo spezieria – con gli scaffali e gli oltre 200 vasi originali, tutti caratterizzati dalla presenza dell’effige del leone di San Marco, in giallo, dono della Repubblica Serenissima come segno di stima per la qualità delle medicine prodotte.

Successivamente l’isola venne trasformata in un manicomio: nel 1725 venne inviato il primo “pazzo” per ordine del Consiglio dei Dieci e negli anni successivi approdarono solo nobili e benestanti, in grado di pagare la mesata.
Per i folli poveri, invece, c’era la fusta, una nave fatiscente dove venivano ammassate centinaia di persone tra condannati, ammalati e pazzi poveri.
Dopo il 1797, San Servolo si apre invece a tutte le classi sociali.

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Di grande interesse è la ricostruzione della sala anatomica (spostata vicino alla chiesa settecentesca rispetto al luogo originale che era all’estremità dell’isola), dove sono esposti tutti reperti originali, compresi i cervelli che sono conservati con il metodo della plastinazione.
“Il museo custodisce almeno 70mila cartelle cliniche, dagli anni 40 dell’800 fino alla chiusura – spiega Armiato – ma abbiamo anche recuperato le cartelle cliniche di San Clemente, che era manicomio femminile, oltre a quelle di Marocco a Mogliano Veneto”.

San Servolo racconta anche storie.
Come quella dell’illustrissimo Lorenzo Stefani che, potendo pagare, fu ricoverato qui invece che venire abbandonato in “fusta”, nel carcere, dove finivano indistintamente malati di mente e condannati.
Aveva 32 anni, ne uscirà a 69. O come quella di Matteo Lovat da Casal di Zoldo, che una volta arrivato a Venezia si inflisse l’autocrocifissione in una calle e dopo un anno morì a San Servolo.
O quella del “giovane” Alessandro Bravin che venne rinchiuso a San Servolo per un anno intero “per castigo”.

E poi ci sono i volti, quelli che compongono l’ “album comparativo”: uomini e donne al loro ingresso e uscita dal manicomio. Com’erano prima e com’erano poi. E spesso, siccome la pellagra – una malattia da carenza alimentare – era la principale causa dello squilibrio mentale di molti ricoverati, solo il fatto di mangiare in maniera più regolare era sufficiente a farli guarire.
Ma nel museo si trovano anche le testimonianze delle terapie – dall’idroterapia all’elettroshock –, gli oggetti di contenzione, le testimonianze del lavoro a cui ciascuno dei pazienti, circa 700 ospiti fissi, doveva provvedere quotidianamente.

“San Servolo è un modello vincente – conclude Berro – perché oltre alla testimonianza del passato manicomiale, abbiamo investito tanto nell’isola per fare dell’altro”.

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