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lunedì 26 Luglio 2021

Perù, quando una missionaria muore ammazzata. Di Andreina Corso

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Nadia De Munari aderiva all’Operazione Mato Grosso, si occupava degli Asili per i bambini che la chiamavano mamma, assisteva ragazze e donne in difficoltà, e come altri volontari, aderiva al progetto di lavorare gratuitamente a favore dei poveri in zone particolarmente depresse e isolate.

Perché è stata ammazzata a colpi di machete Nadia De Munari, la volontaria di Schio (Vicenza) arrivata in Perù venticinque anni fa?
In quel paese ha deciso di rimanere, di dedicare la sua vita ai poveri, ai bambini, alle donne che avevano bisogno di cure, e che a una persona come la giovane Nadia, hanno affidato il loro fragile e precario destino.
Nadia si è dedicata ai poveri in quel paese del Sudamerica provato da una realtà raccapricciante, dove migliaia di persone vivono in baracche, in condizioni estreme. Senza luce, acqua potabile e servizi igienici, ’questo Perù’ ha attirato il cuore e l’intelligenza di una donna che ha subito riconosciuto in quelle popolazioni invisibili e calpestate, la sua casa, il posto dove vivere e agire.
È stata assassinata nel sonno, all’ultimo piano della casa “Mamma Mia” a Nuevo Chimbote, una città di almeno mezzo milione di abitanti, giunti dalla Sierra, dove si sopravvive tra le capanne in pietra e lamiera battute dal vento.
In quel complesso equilibrio di sopravvivenza, il peso ricade interamente sulle spalle delle donne: sono loro che curano i figli e gli anziani, che si procurano il cibo e l’acqua camminando per chilometri sui terreni scoscesi, dove la violenza accompagna la disperazione che è cresciuta a dismisura negli ultimi anni a causa delle migrazioni della gente proveniente dalla Sierra.
Decine di migliaia di persone vivono in baraccopoli, in periferie caotiche, al limite della sopravvivenza.
Sono lontani anni luce i famosi grattacieli del Perù ricco che esclude gli emarginati,

i disoccupati dalla distribuzione del reddito, di una ricchezza che finisce fino all’80% nelle mani dei più ricchi.
Nadia aderiva all’Operazione Mato Grosso, si occupava degli Asili per i bambini che la chiamavano mamma, assisteva ragazze e donne in difficoltà, e come altri volontari, aderiva al progetto di lavorare gratuitamente a favore dei poveri in zone particolarmente depresse e isolate.
Ora si sta indagando sulla ragione di quel delitto efferato, consumato mentre Nadia dormiva nella sua camera a Chimbote, sulla costa del Pacifico del Perù, a nord della capitale Lima, che alloggiava numerosi insegnanti che si occupavano delle scuole materne. Forse una rapina, ora si dice, un risentimento, un odio riversato sulla vittima innocente, una resa di conti con la vita grama, un puro atto di ferocia.

La piangono i genitori, le sorelle, i parenti, gli amici. La piange il mondo discreto del volontariato che opera lontano dai riflettori e che dedica la vita ad aiutare gli altri. La piangono le ragazze, le donne che da lei hanno ricevuto aiuto, la piangono soprattutto i bambini che la chiamavano mamma e che stavano crescendo con una fiammella accesa nel cuore e una speranza nel domani.
La piange il bisogno di civiltà di cui il mondo ha bisogno, così come ha pianto Agitu, la ragazza etiope e le sue capre felici, che pascolava in un paesino del Trentino.
Era scappata dall’Etiopia e dai suoi conflitti, per trovare pace nella valle dei Mocheni, aveva dato lavoro a chi ne aveva bisogno. E da uno di loro è stata ammazzata con un martello.

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