Il pericolo di ‘perdere’ una figlia perché indigente: la battaglia di una famiglia veneziana per tenere la bambina

ultimo aggiornamento: 23/08/2020 ore 19:30

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Il pericolo di 'perdere' una figlia perché indigente: la battaglia di una famiglia veneziana per tenere la bambina

Far nascere una bambina e, mentre si è ancora in ospedale, ricevere le chiamate di una psicologa e di un’assistente sociale che mettono in dubbio di poterla tenere.

Questa la premessa di un fatto denunciato da una famiglia veneziana: “A nostra nipote è stata proposta una struttura per ragazze-madri, che molto spesso è l’anticamera dell’affido – commenta lo zio – quando la sua unica ‘colpa’ è quella di essere ‘povera’. Zii, cugini e parenti hanno già garantito per lei e la piccola ogni tipo di sostegno sia economico che affettivo; ma purtroppo davanti a casi come questo le istituzioni ragionano con i numeri, non con il cuore. Vogliamo che ogni mamma abbia il diritto di crescere i propri bambini”.


La madre, che vive in un alloggio pubblico, non dispone di un impiego; lasciata dal proprio compagno, vive con una pensione d’invalidità che da quanto è emerso “non le permetterebbe di crescere la figlia nei parametri del benessere”.

Il ginecologo che ha seguito gratuitamente la gravidanza ha già avviato una gara di solidarietà, raccogliendo in poco tempo tutto il necessario per i primi mesi: culla, biberon, giocattoli, vestiti, oltre a una cospicua somma economica. “Nonostante alcune complicanze dovute a problemi uterini, la bimba sta bene – spiega lo specialista – è nata molto piccola, 2,38 kg, ma sta recuperando e ha tutto il supporto della sua famiglia”.

Del caso si sta occupando anche l’AILA, l’Associazione Italiana Lotta Abusi, che da anni combatte per le categorie più indifese: “Sosteniamo il diritto del minore ad essere tutelato sopra ogni cosa – dichiara la volontaria Sara Zanon – e che lo Stato possa intervenire, nel caso specifico, per lasciare la bimba alla madre naturale”.


“Mamma e figlia potranno stare da noi per tutto il tempo necessario – prosegue lo zio – e riceveranno l’affetto e il sostegno dei quali hanno bisogno. Stiamo raccogliendo firme per sensibilizzare le istituzioni: se lo Stato volesse essere d’aiuto potrebbe ad esempio fornire un’assistenza domestica. Alle famiglie in difficoltà vengono elargiti “buoni-baby sitter” dai 600 ai 1200 euro al mese: una soluzione più economica rispetto ai 6.000 che si spenderebbero ospitandole in una comunità. Ma soprattutto più umana, che consentirebbe alla bimba di essere cresciuta da chi l’ha messa al mondo e che, nonostante le complicazioni, ha deciso di non abortire e di portare a termine la gravidanza”.

Nel frattempo, la madre sta riallacciando i rapporti con l’ex-compagno: “voglio che mia figlia abbia un papà: nonostante le nostre strade si siano divise, chiedo che permanga tra di noi un rapporto di amicizia e responsabilità. In casa lui sarà sempre il benvenuto e, nonostante sia ancora provata, mi sto spendendo per garantire alla piccola un quadro famigliare il più ‘normale’ possibile’”.

“I bambini non sono in vendita – conclude lo zio – e una dichiarazione dei redditi non può essere l’unico metro per stabilire chi sia o non sia un bravo genitore. Mamma e figlia sono state dimesse oggi e vivono con me le la zia nel nostro appartamento, coccolate dai cugini e dalla generosità di tutta la provincia. Ma la questione è tutt’altro che risolta: continueremo a batterci finché la vicenda giungerà all’agognato, quanto legittimo, lieto fine”.

Nino Baldan

(foto da archivio)

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