Il Leone di San Marco? Non è veneziano, potrebbe essere cinese.
Una delle icone più celebri di Venezia, il Leone alato che domina Piazza San Marco, un simbolo per i veneziani e per i veneti, potrebbe non avere origini veneziane né italiane, ma cinesi. È questa la sorprendente conclusione a cui è giunto un team di ricercatori dell’Università di Padova, guidati dal professor Massimo Vidale, i cui studi sono stati recentemente pubblicati sulla rivista internazionale Antiquity.
La statua, lunga circa quattro metri e alta più di due, da secoli è considerata il simbolo stesso della Serenissima. Eppure, secondo l’analisi scientifica condotta sui campioni prelevati dal bronzo della scultura, il rame utilizzato per la lega proviene dall’area del fiume Yangtze, nella Cina orientale. Un dato che ribalta le ipotesi precedenti, che collocavano l’origine del Leone in Siria o in Anatolia.
Gli studiosi hanno utilizzato tecniche di spettrometria di massa per analizzare gli isotopi di piombo presenti nella lega bronzea. Questo tipo di indagine permette di risalire alla provenienza geografica del metallo. I risultati hanno mostrato una “firma” inequivocabile: il rame appartiene alla stessa composizione riscontrata nelle miniere cinesi utilizzate durante la dinastia Tang, tra il VII e il X secolo.
Non solo: le caratteristiche stilistiche della statua, dalla forma del muso alle cicatrici lasciate dal distacco di corna che un tempo probabilmente la adornavano, sembrano avvicinarla più a uno zhènmùshòu, una creatura fantastica tipica delle tombe imperiali cinesi, che a un leone europeo medievale. In altre parole, l’animale alato di Venezia non sarebbe stato concepito come simbolo cristiano, ma come guardiano di sepolcri nell’antica Cina.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: come arrivò un’opera simile nella capitale della Serenissima? Secondo l’ipotesi di Vidale, potrebbe essere stato un “colpo di fortuna” o un’intuizione diplomatica. Intorno al 1260, quando Niccolò e Maffeo Polo – rispettivamente padre e zio del più noto Marco – soggiornarono per quattro anni alla corte di Kublai Khan, avrebbero potuto imbattersi nella scultura. Forse si trattava di un manufatto già danneggiato, in attesa di rifusione, che i due mercanti veneziani riuscirono ad acquistare o a ottenere in dono, per poi trasportarlo lungo la Via della Seta fino a Venezia.
Una volta giunto in Laguna, l’enorme felino sarebbe stato reinterpretato e trasformato nel Leone alato di San Marco, simbolo dell’evangelista e del potere della Repubblica. La mancanza di documenti ufficiali sull’acquisizione della statua, ipotizza il ricercatore, potrebbe essere dovuta a una scelta consapevole: i veneziani potrebbero aver preferito evitare spiegazioni al Papa e alla Chiesa, presentando direttamente l’opera già adattata al nuovo ruolo simbolico.
La pubblicazione su Antiquity ha dato risonanza internazionale alla scoperta, riportata dai principali media mondiali. Non è la prima volta che si discute delle origini orientali del Leone: già nel 2023, in occasione di un convegno internazionale su Marco Polo all’Università Ca’ Foscari di Venezia, l’ipotesi era stata presentata. Ma solo ora, con la revisione paritaria e la validazione scientifica, la teoria ha assunto un peso accademico riconosciuto.
Il caso del Leone di San Marco apre anche nuovi scenari per lo studio di altre opere iconiche veneziane. Lo stesso Vidale ha anticipato l’intenzione di analizzare i quattro cavalli di bronzo collocati sulla facciata della basilica di San Marco, anch’essi da tempo oggetto di discussione sulla loro vera provenienza.
Che il simbolo per eccellenza della Serenissima abbia radici nella lontana Cina è un’ipotesi che affascina storici, archeologi e semplici visitatori. Se confermata, questa scoperta aggiungerebbe un nuovo capitolo al legame profondo che Venezia ebbe per secoli con l’Oriente, non solo attraverso il commercio e la diplomazia, ma anche nella costruzione della propria identità visiva e culturale.
Un destino singolare, quello del Leone alato: da guardiano di tombe nella Cina Tang a emblema della potenza marittima veneziana. Forse proprio in questa trasformazione risiede la sua forza simbolica, capace di raccontare ancora oggi l’incontro tra mondi lontani.
Fonte: Focus
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