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mercoledì 28 Luglio 2021

Ᾱtman, raccolta di poesie di Manuela Moschin. Recensione di Andreina Corso

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La prima opera d’arte che ispira la poesia di Manuela Moschin sta in quelle parole, nella dedica che apre il suo Ᾱtman: “A mia madre Mirella Alberti sensibile poetessa che rincuorava le deboli anime”. Subito si avverte la forza struggente del suo poetare, quel rispetto che le fa scrivere il nome e cognome della madre, per immortalare la bellezza della sua figura di donna, come se fosse stato necessario iniziare proprio da lei e con lei nel viaggio sublimato nella poesia.
Si avverte in questo incedere, lo sguardo attento che l’autrice rivolge alla vita. La sua poesia è acqua, laguna pensosa nella meditazione del ‘Risveglio dell’Anima’: Polvere di stelle/conforti la notte oscura/e in un’aura di pace/avvolgi gli spiriti stanchi/.
I suoi versi entrano piano tra le fessure del cuore, affondano in radici esili e innocenti, destinate a resistere al tempo e alla mestizia del sacro, li avevamo aspettati, invocati e la sua voce ci ha raggiunto, ci ha sorpresi, ci ha spinti a riflettere ancora sulla luce e sulle ombre del pensiero, sul colore e sulla forma che si fa parola. Ci appare la natura del bene cara a sant’Agostino e la persuasione della conoscenza, così necessaria al pensiero poetico di Blaise Pascal.

La sua poesia è terra di anime avvinte nell’opera d’arte, come suggerisce Pasquale Cavalera, autore della prefazione del libro: ”E l’anima è ātman, fulcro dell’essenza divina, il soffio vitale, ātman è la coscienza spirituale che si raggiunge attraverso l’amore, il perdono, la pace[. . .]”.
La poesia di Manuela Moschin coincide con la contemplazione dell’opera d’arte, gli occhi penetrano il dipinto “Gelata bianca” del pittore impressionista Camille Pissarro. E in ‘Candide essenze’ scrive: ”Amo la brina/che l’inverno partorisce /tra gli aridi solchi/ e i rami rinsecchiti/”.
Sembra volerci dire che lei, la poetessa è lì, tra i rovi e che la sua carezza ci riguarda.
I Greci definirono la pittura «poesia muta» e la poesia «pittura che parla», arti sorelle che la poetessa ha accompagnato per mano nella sua scrittura.
L’autrice annaffia instancabile i semi della terra, il suo rapporto con il divino congiunge il pensiero, ora con la preghiera, ora con uno sguardo attento verso “le umili anime, che coglie e cura nei versi ispirati dal quadro “Poveri in riva al mare”, di Pablo Picasso, quando osserva “i piedi nell’umida sabbia/ che dalle mareggiate/si fa inondare/”.
I suoi occhi pensosi osservano i piedi dei poveri, degli ultimi e per questo la sua mente inventa per loro “Soffia la brezza marina/che sfiora gentile le deboli membra/rincuorandole da ogni affanno/”. La poesia è cura del freddo, della fame e della sete.

 
Incanta la compenetrazione artistica dell’autrice, una maieutica socratica che riesce a dar forma alle parole e alle immagini creando impulsi fertili tra la mente e il cuore: sentimenti e colori a segnare il pensiero smarrito.
La stessa pietas e altrettanto amore legano i contorni della sua Lode agli infermieri: ”Anime in metamorfosi/soffrono mute/nei lindi camici/scordando gli affanni/”, ci dice la Poetessa, quando il suo sguardo cattura le vite dentro le stanze di un ospedale e si sofferma sulla sofferenza e sul difficile lavoro degli infermieri, soprattutto in questi ultimi anni.
Non è sfuggito al suo sguardo d’artista l’abnegazione di mani che si prodigano nell’aiutare chi soffre e i suoi versi a volte sembrano cercare la sintonia della vita con la luce della poesia. Sembra chiedersi, si può lenire il dolore? E noi chi siamo, dove siamo quando soffriamo?
Accade che ne L’Eremita scriva: “Il mio più grande sogno/vivere da asceta/in un monastero buddistha/”. E poi, come questo pensiero l’avesse turbata, aggiunge: “Ma col tempo compresi/che il sacro risiede nell’anima/il nostro corpo è il tempio di Dio”.

La densità spirituale della poesia di Manuela Moschin è scevra da illusioni, basta e avanza la sua spinta naturale verso l’eterno e ancor più in là, nell’anima del mondo dove l’occhio si perde e si ritrova con semplicità in un ‘vecchio tronco’. Nella sua poesia ‘Vecchiaia’, attoniti leggiamo: “È nella periferia del fusto/che si scopre ineluttabile/il peso degli anni/”. E l’emozione raggiunge quel posto lontano dove il nostro pianto respira e si disseta in quell’orizzonte sfumato di antiche nostalgie e di stanchi rimpianti.
La sua voce limpida, il suo pensiero consacrato a liberare la bellezza per imprigionarla nei nostri occhi e nel nostro cuore. E stupisce e ammalia la tensione artistica rivolta verso i più deboli, la sua voce dà voce agli invisibili, li ricerca e li trova in natura, nella sensibilità degli altri, nella contemplazione dei quadri. Grande è l’innocenza del suo ‘vedere’, torcere e ammansire i sentimenti della bellezza e del sacro. Quel sacro che ci piace leggere con la poesia Maternità.

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“Istinto supremo/che rimane immortale/oltre l’eternità/. È questo l’amore materno/”.
Sì è questo l’amore materno e la poetessa lo consegna con la fatica e la gioia delle sue liriche, a Mirella Alberti, a sua madre, ‘sensibile poetessa che rincuorava le deboli anime’.
Ripeto volentieri queste parole mentre mi accingo a terminare questa pagina, dopo una lettura densa di suoni, emozioni, impulsi, colori, forme che svelano la vita di dentro di Manuela Moschin, quella vita preziosa vissuta con la responsabilità dell’essere donna e la consapevolezza di essere figlia.
Una mistica della relazione umana universale segna il viaggio che le gambe reggono a fatica, che il cuore intimidito da tanta bellezza accoglie facendosi grande come un forno che sa di dover cucinare tanto pane.

Andreina Corso
 
 
 
 
Manuela Moschin, scrittrice. E’ laureata in Storia dell’Arte – Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali, conseguita presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Curatrice del Blog librarte.eu, dedicato all’arte e alla letteratura. Cura la rubrica Storia dell’Arte su La Voce di Venezia.

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