Al cinema in barca? Ecco il drive-in alla veneziana, il “barch-in”

ultimo aggiornamento: 05/05/2020 ore 18:09

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Al cinema in barca? Ecco il drive-in alla veneziana, il “barch-in”

A Venezia un cinema sull’acqua a misura di barchino. E’ questo il progetto di un gruppo di giovani Veneziani per ovviare alle restrizioni anti-contagio che hanno duramente colpito i settori della cultura e dell’intrattenimento.

L’idea parte dal drive-in, luogo cult degli anni ‘50 recentemente tornato in auge proprio per il distanziamento sociale che è in grado di garantire: ogni famiglia rimane isolata nella propria auto e si gode il film in sicurezza, evitando ogni rischio e rispettando le normative.

Negli Stati Uniti questi spazi che fino a poco prima apparivano “anacronistici” (ne erano rimasti solo 305 dei 4063 attivi nel 1958) stanno vivendo una vera e propria seconda giovinezza, registrando il doppio degli afflussi pre-pandemia e tornando, dopo più di sessant’anni, a crescere di numero.

Ma l’idea non si ferma agli USA, dove il drive-in è già tollerato (le ordinanze vietano gli assembramenti ma non gli spostamenti in auto): con il varo della “fase due” anche l’Italia sembra muoversi in questa direzione. Bologna ipotizza di trasferire il tradizionale cinema all’aperto di Piazza Maggiore in una grande area periferica che sia, appunto, fruibile ai mezzi privati; della stessa opinione anche Pedro Armocida, direttore della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che con l’estate alle porte sta valutando un’ipotesi simile per far svolgere senza rischi la kermesse.

Se festival minori stanno correndo ai ripari, quale soluzione adotterà Venezia, che nonostante l’esiguo numero di abitanti rimane sede della Mostra Internazionale del Cinema, fondata nel 1932 e riconosciuta in tutto il mondo? La manifestazione risulta ancora confermata, ma difficilmente potrà svolgersi con la stessa formula, le stesse strutture e le stesse modalità del 2019.

Che dire anche del cinema estivo a San Polo? Venezia rimarrà priva di film, di cultura e di intrattenimento fino alla ripartenza degli eventi pubblici, prevista – secondo il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa – “non prima della scoperta di un vaccino”?

Ecco quindi l’idea “barch-in”, il cui nome è una simpatica commistione tra “drive-in” e “barchìn”, il mezzo di locomozione più diffuso tra i Veneziani.

A presentarla è Nicola Scopelliti, giovane architetto portavoce dell’iniziativa: “Siamo un gruppo di residenti amanti della nostra città che non vede l’ora di riprendersi lo spazio all’aria aperta. Abbiamo a cuore la cultura, e crediamo che iniziative in tal senso potranno essere veicolo della ripresa, soprattutto in una città come Venezia, dove il principale indotto è dato proprio dal settore culturale, troppo spesso al servizio del turismo”.

Un’iniziativa rivolta quindi alla città e a chi la vive, a partire dalle modalità di fruizione: “gli spettatori guarderanno i film comodamente seduti sui propri natanti, a remi o a motore, di dimensioni massime pari a 9,99 metri – continua Scopelliti – mantenendo al tempo stesso le distanze di sicurezza”.

Come “sede ideale” del progetto è stato scelto il bacino interno dell’Arsenale, spazio che già aveva ospitato un concerto di Claudio Baglioni nel 1982 e il monologo “Il Milione” di Marco Paolini nel 1998, entrambi con il pubblico in barca.

“In quei casi i natanti erano molto ravvicinati – spiega Scopelliti – ma basterebbe distanziarli maggiormente per ottenere uno spalto a prova di contagio. Si potrebbero fornire dei gavitelli, o mettere i mezzi alla fonda con le proprie àncore. Ogni barca ospiterebbe un solo nucleo famigliare, protetto da guanti e mascherine, o in alternativa si potranno mettere delle zattere a disposizione delle varie famiglie, con l’acqua a garantire un naturale distanziamento sociale”.

Scopelliti si sofferma poi sui dati tecnici: “Sia il telone che il proiettore saranno posti a terra o su piattaforme galleggianti, facilmente removibili. L’audio potrebbe essere trasmesso in streaming ad ogni barca, evitando l’inquinamento acustico nelle stesse modalità adottate dai “silent party”, dove ogni partecipante è dotato di un proprio auricolare”.

Scongiurato, quindi, l’effetto “Pink Floyd”, quando Venezia rimase vittima – oltre che dell’assembramento di 200.000 persone – dei decibel fuori controllo.

Il progetto di Nicola Scopelliti, Silvia Rasia, Caterina Groli e Luisa Valetti si presterebbe inoltre per iniziative diverse dal cinema, come rappresentazioni teatrali e/o piccoli concerti. “I luoghi della cultura sono stati costretti a chiudere – prosegue il portavoce – musei, biblioteche, mostre… La stessa Biennale e la Mostra del Cinema, seppur confermate al momento, dovranno fronteggiare sfide inedite per il distanziamento tra gli utenti. Le Sagre e le feste tradizionali con molta probabilità non saranno celebrate”.

E allora perché non far di necessità virtù immaginando una Mostra del Cinema dalle tinte uniche, da svolgersi sull’acqua anziché nelle sale, la cui eco farebbe il giro del mondo attraverso l’immagine di una Venezia suggestiva e poetica sulla quale basarsi per la ripartenza?

“In questi giorni di buio c’è bisogno di luce – conclude Scopelliti – proponiamo qualcosa di innovativo, in regola con le restrizioni a cui siamo e saremo costretti, cercando di intravvedere in ogni caso delle opportunità di rinascita per la nostra città”.

Mentre il progetto sta ottenendo un grande riscontro sui social (dov’è stata aperta la pagina Facebook ufficiale), un comunicato degli ideatori è già arrivato a Ca’ Farsetti. E chissà che la nuova Venezia post-coronavirus non possa rinascere proprio dalla sua specificità di città d’acqua, senza automobili, dove i film si vanno a vedere in barca.
Anzi, in “barch-in”.

Nino Baldan

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