parigi d'epoca LARGE

E’ spesso la notte che ripercorro le ” Rue ” di Parigi con la memoria e mi imbatto in un vialone maestoso e senza fine.
Sono le champs elisee, nell’8 Arrondissement, una delle passeggiate piu’ famose del mondo da dove si sprigionano le fragranze di un profumo Guerlain che fugge dalla porta aperta di una delle profumerie piu’ famose del mondo.

L’Arco di Trionfo maestoso e imponente sta lì in fondo,piazzato nel centro ed io col mio corpo finalmente minuto che ci gironzolo intorno come fossi una formica.
Metro’, scale che salgono e che scendono. Odore di chiuso, ma di liberta’.

Cinque fermate. “Attention a la marche en descendant du train” ripete ad ogni fermata l’audio automatico della metro’. Scendo.
Una scalinata ripida, andando su, si abbraccia come un’edera ad una fila di lampioni in salita che da Pigalle portano direttamente alla Chiesa del Sacro cuore di Montmartre.

Quando ci andai le prime volte, lo ricordo bene… mi sembrava di scappare di casa e correre incontro alla liberta’. Vedevo Pigalle come la zona a luci rosse di Parigi tutta da scoprire, dove tutto era possibile, dove la malizia si spogliava di ogni vergogna. Locali, sexy shop, uomini, donne, liberta’ di ogni tipo e colore. Quello che Venezia nel suo silenzio non mi aveva mostrato mai o che almeno mi aveva mostrato in modo piu’ garbato e meno sfacciato. Poi, quando tornai piu’ volte mi accorsi che anche tutta quella liberta’ era diventata una cosa normale. La vita ci cambia. Le esperienze cambiano il nostro rapporto con le situazioni.

Il Sacro cuore si affaccia prepotentemente su Parigi, accovacciandosi come un colomba bianca dalle ali mezze aperte ad una scalinata grandiosa dove turisti, giovani, anziani o ragazzini trovano accoglienza e riposo durante le lunghe ed estenuanti camminate parigine. Bambini che corrono, voci, persone allegre. Un paradiso dove la malinconia e’ vietata.

Una volta salita quella scalinata e dimenticato il piccante luogo a luci rosse, basta che io giri l’angolo per ritrovarmi come di incanto in un quadro di Monet. Sembra aver dipinto anche me lì in mezzo, nella Piazza degli artisti. Mi sento a casa. Per i colori, per le voci, per i suoni che si odono, per quelle note che sembrano scivolare tra le dita di chi sfiora i tasti alla fisarmonica nella speranza di riaccimulare qualcosa. Lo fa sorridendo e sorridendo si allontana anche se nessuno in quel cappellino mettera’ un centesimo. Pare dire non importa, andra’ meglio la prossima volta.

Come nel piu’ classico dei quadri, trovo posto su una panchina, raggiunta casualmente seguendo un intensa scia di profumo di crepes. In mano ho…

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