Pensioni: quota 100 sì, ma quanto si perde?

Pensioni e quota 100, argomento più che mai attuale. Ma mai nessuno ancora ha detto con chiarezza ‘quanto si perde’, e cioè quanto costerà al lavoratore che aderisce che dovrà lasciare sul tappeto una quota percentuale rispetto alla ‘pensione normale’.

Lo fa la Cisl oggi: con ‘quota 100′ il taglio varia da 17,8% a 25,4%. E’ tanto.
Facciamo un esempio: se un operaio decide di aderire alla ‘quota 100′ con 37 anni di contributi, e la sua previsione di pensione era 1500 euro, la decurtazione sarebbe di 375 euro. Il che lascerà la sua pensione a euro 1125 mensili. Un bel taglio, anche in considerazione che con quella mensilità dovrà camparci una vita dato che le rivalutazioni per i pensionati sono sempre minime.

La Cisl calcola che, rispetto alla pensione di vecchiaia, l’anticipo pensionistico con il meccanismo “quota 100” determina una perdita pensionistica lorda che va da un minimo di -17,8% per chi ha 42 anni di contribuzione a un massimo di -25,4% per chi ha 38 anni di contribuzione.

La perdita pensionistica al netto dell’Irpef nazionale varia invece da un minimo di -15,8% a un massimo di -22,45.

Questo quanto risulta dall’analisi del centro studi della Cisl pubblicato sul nuovo numero del “Barometro”.

“Quota 100 – osserva la Cisl – è una risposta positiva alla richiesta di flessibilità, ma risponde solo a chi ha carriere lavorative continue. Per gli altri e per i giovani che avranno la pensione totalmente contributiva la strada non può che essere il ritorno a una flessibilità modello 1995 che assicurava una flessibilità in uscita tra 57 e 65 anni con un minimo di anzianità contributiva”.

Per la Cisl: “E’ difficile valutare il costo di Quota 100 perché non sono ancora chiare condizioni e il divieto del cumulo retribuzione/pensione. In Manovra sono stati stanziati 6,7 miliardi per il 2019 e 7 per il 2020”.

Senza contare poi, che quota 100 per chi ha cominciato a lavorare a 18 anni diventa ‘quota 106’, per chi ha cominciato a lavorare a 19 anni diventa ‘quota 105’ e via dicendo.
E della proposta: in pensione con ‘quota 41 e basta’ (poi diventata ’41 e 1/2′) nulla più si sa.

Altre nubi, inoltre, si addensano all’orizzonte. Senza finestre e/o condizioni limitanti, la somma stanziata per il 2019 sarebbe insufficiente. Con i risparmi prodotti dalle finestre e da una percentuale di adesione non prossima al 100%, date le perdite nel rateo di pensione e la possibile introduzione del divieto di cumulo, le risorse stanziate dovrebbero essere sufficienti per il primo anno.

Interrogativi suscitano ancora le risorse stanziate per gli anni successivi. Chi è andato in pensione con quota 100 nel 2019 continuerà naturalmente a percepirla negli anni successivi, questa volta per tutti e dodici i mesi a prescindere da eventuali finestre nel 2019.

A queste pensioni si aggiungeranno quelle di nuovi lavoratori che matureranno quota 100 nel 2020. Alla spesa per le prime si accumulerà quindi la spesa per le seconde e le risorse stanziate a partire dal 2020 potrebbero essere insufficienti.

Lo studio riflette sul fatto che questo nuovo canale di uscita è condizionato tuttavia da un elevato numero di anni di contribuzione richiesti. Per chi non raggiunge questa anzianità contributiva l’unica possibilità di pensionamento è data dalla pensione di vecchiaia.

La riforma del 1995 assicurava invece una flessibilità in uscita tra i 57 e i 65 anni con un minimo di anzianità contributiva; era quindi una flessibilità aperta a tutti. Questa flessibilità è stata eliminata dalla riforma Maroni del 2004 e, nonostante, le richieste, mai ripristinata.

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