Pensioni alte possono essere decurtate ma solo per tre anni

ultima modifica: 11/11/2020 ore 09:02

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Pensioni alte? Possono essere decurtate, posso essere oggetto di un prelievo forzoso, ma solo per tre anni. Si parla delle cosiddette “Pensioni d’oro” su cui si è espressa la Consulta: “Ok ai tagli, ma non oltre il triennio” perché, ritengono i giudici: “Durata quinquennale del ‘prelievo di solidarietà’ è “eccessiva”.
“Pensioni d’oro, picconarle si può”, questo è stato subito il titolo di molti post apparsi nella rete, in realtà si parla di un prelievo in considerazione della nostra disastrosa situazione previdenziale. Esso è ora possibile, ma non a lungo.
E’ questa, in sostanza, la sintesi del verdetto depositato oggi dalla Consulta che ha respinto


la tesi che il ‘taglio’ alle rendite che superano i 100mila euro l’anno sia una ‘tassa mascherata” come sostenuto dai benestanti pensionati ‘ribelli’ e da alcuni giudici che hanno accolto la loro tesi.
Scrive il giudice relatore Stefano Petitti che “la verifica di ragionevolezza e proporzionalità di un contributo imposto ai titolari delle pensioni più elevate non può essere avulsa dalla considerazione dei gravi problemi strutturali che affliggono il sistema previdenziale italiano”.
La cui sostenibilità – prosegue la sentenza della Consulta – “è tuttora affidata in un’ottica di solidarietà a una gestione ‘a ripartizione’, particolarmente esposta alla negatività dell’andamento

demografico: un numero sempre minore di lavoratori attivi, per di più spesso con percorsi lavorativi discontinui, è chiamato a sostenere tramite i versamenti contributivi il peso di un numero sempre maggiore di pensioni in erogazione”.
Percorsi lavorativi discontinui sono i contratti co.co.co, i dipendenti mascherati da partita Iva, le mansioni sottopagate, il selvaggio on-off dell’occupazione a singhiozzo.
Un esercito di uomini e donne lavorativamente ‘instabili’ è chiamato a farsi carico delle pensioni dei più anziani, persone che hanno avuto buone chances nell’Italia del boom e di governi irresponsabilmente generosi.
Un Jurassic Park del welfare ormai scomparso, ma che lancia ancora la sua ombra come un vampiro


sui ‘posteri’, e la Corte Costituzionale ne ha consapevolezza.
“Il progressivo invecchiamento della popolazione e l’erosione della base produttiva rende via via più fragile il patto tra le generazioni, sul quale il sistema previdenziale si fonda”, sottolinea la Consulta.
In questo scenario non è in contrasto con i principi costituzionali il fatto che chi ha avuto di più dal mercato del lavoro – “una categoria di soggetti che, dati gli alti livelli pensionistici raggiunti, ha evidentemente beneficiato di una costante presenza nel mercato del lavoro e della mancanza di qualsivoglia tetto contributivo” – subisca “un taglio degli importi e forme di prelievo finalizzato alla solidarietà intergenerazionale”.
Con un altolà, temporalmente regolatore e moderatore, però.
Le misure – restrittive e contenitive delle pensioni d’oro -, questo il paletto


fissato dalla Consulta, non devono avere vita più lunga “dell’orizzonte triennale del bilancio previsionale dello Stato” in modo tale che “il prelievo non risulti sganciato dalla realtà economico-sociale, di cui i pensionati stessi sono partecipi e consapevoli”.
Per questo la Corte Costituzionale ha concluso dichiarando illegittimo l’art. 1 comma 261 della legge di bilancio per il 2019 – approvata alla fine del 2018 dall’allora governo gialloverde (Lega e M5s) – nella parte in cui ha stabilito la riduzione dei trattamenti pensionistici “per la durata di cinque anni” anzichè “per la durata di tre anni”.

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