Opera Senza Autore, il respiro (affannato) di una fiction

Ci vuole davvero tanto candore e una conoscenza massimalista della storia per apprezzare “Opera senza autore”; il nuovo film di Florian Henckel von Donnersmarck ha il respiro (affannato) di una fiction. E così il senso del dramma si affievolisce.

D’altra parte cosa ci si può aspettare da un film che rappresenta la follia di una giovane con l’immagine stereotipata di lei nuda, di schiena, intenta a suonare il pianoforte? Ecco, questa icona può soddisfacentemente valere come sintesi di tutto il senso estetico e culturale della lunga pellicola del celebrato autore de “Le vite degli altri”. Forse nemmeno Tornatore riesce così tanto ad essere prigioniero di un’estetica avversaria di sorprese e intelligenza come von Donnersmarck qui.

Abbiamo Kurt Barnert, futuro genio dell’arte, che all’inizio del film viene accompagnato dalla bella zia a visitare un’esposizione di arte degenerata (siamo in era nazista, anni ‘30). Mentre la guida illustra i “difetti” dei capolavori esposti, nell’orecchio la zietta gli sussurra che quella è arte bellissima. La zietta è un’eccentrica col pallino dell’arte e dell’anticonformismo; tanto è vero che è talmente pazzerella che al ritorno a casa si fa suonare i clacson dai conducenti dei bus in modo da formare un accordo dissonante che la manda in estasi.
Ma tanta bellezza non può durare, poiché l’asfittico universo nazista ­­­­la porta a rifugiarsi nella pazzia.

Il resto è un racconto di coincidenze, verità nascoste o perdute, relazioni tra regimi e arti e libertà di espressione. Tre ore e passa di film in cui, guidati da un protagonista monocorde, ci si avventura in circostanze che vorrebbero essere “destino” ma che non son mai risolte in profondità. Son più colpi di scena che altro. Per non dire del superficiale rapporto con le espressioni artistiche presentate nel film.

Perché l’arte di regime è solo annullamento dell’individuo? Perché l’arte contemporanea (del tempo) viene vista solo come un ammasso di calcinacci messi a caso da figli di papà? Perché Kurt dovrebbe avere in sé una qualità superiore agli altri? (visto che i prodotti finali fan come minimo sorridere). Non che non ci sia anche del vero in ciò che vien detto ma il problema sta nella dichiarazione implicita nelle immagini del regista in relazione ai temi e ai linguaggi artistici e storici: una visione massimalista, senza sfumature, ovviamente molto facilitante.

Insomma, può questo film essere un esauriente racconto di circa quaranta anni di storia tedesca visti attraverso una vicenda privata? La mia risposta è “no”. Kurt talvolta sembra una specie di supereroe astorico che procede come un direttissimo, colpa anche di uno stoccafisso come Tom Schilling; la figura dell’antagonista, sebbene interpretata con maggior spessore artistico dal bravo Sebastian Koch, non raggiunge le necessarie vette di egoismo e viltà che meriterebbe. Le protagoniste sono…molto belle, forse pure troppo. E che dire della scelta di rappresentare il professore d’arte, che aprirà la mente di Kurt fino a permettergli di trovare il suo quid artistico, rappresentato come una ridicola pantomima di Josef Beuys?

Alla fine della pellicola, quando il cerchio si chiude (e verrebbe un po’ da lanciare strali per una ripresa così banale) l’impressione è quella di aver assistito a un polpettone vecchio stile. Di quelli che fan scendere la lacrimuccia ai meno avvertiti e meno informati e fan arrabbiare coloro i quali vorrebbero un film, pur mainstream, ma che fosse meno disonesto di questo. O almeno non così involontariamente ameno.

OPERA SENZA AUTORE
(Werk ohne autor, Germania 2018)
Regia: Florian Henckel von Donnersmarck
Con: Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Sascha Rosendahl


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