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domenica 28 Novembre 2021

‘Ndrangheta intermediaria tra ultras e Juventus nel bagarinaggio

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Antimafia nel calcio: "Sentire la Juventus, ci sono responsabilità precise"

Le accuse alla Juventus sulle presunte insinuazioni mafiose nei rapporti tra i tifosi e la società non sono state completamente dissipate. Nuovi dettagli sono emersi ieri con sospetti di ‘ndrangheta garante dei bagarini gestiti da ultrà Juve, mentre l’organismo nazionale Antimafia, sulla scorta di quanto raccolto, ha chiesto ‘daspo’ più robusti. Con la presidente, Rosy Bindi, che ha ribadito: “Il calcio non è immune da mafie”.

A Torino la ‘ndrangheta “si è inserita come intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultras della Juventus”, e, al di là degli esiti dei processi, “emerge un quadro molto preoccupante di infiltrazione ‘ndranghetista nei gruppi di tifosi organizzati della Juve, che deve suonare come qualcosa di più di un campanello di allarme non solo per la società torinese ma anche per tutte le altre squadre e per i rappresentanti delle istituzioni del calcio”.

In 99 pagine il “Comitato Mafia e manifestazioni sportive” della Commissione parlamentare antimafia, presieduto da Marco Di Lello Pd, ha illustrato giovedì, con la presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi, i risultati del lavoro che ha visto l’audizione di 37 soggetti.

L’incapacità di riconoscere le modalità dell’ agire mafioso, sempre meno violente e sempre più mimetizzate nelle migliori realtà civili ed economiche – aggiunge l’Antimafia – non è un’eccezione ma rappresenta oggi il più diffuso fattore di debolezza di moltissimi soggetti politici, amministrativi e imprenditoriali, soprattutto al di fuori delle regioni di tradizionale insediamento delle mafie”.

Da parte dei dirigenti della Juve, ha detto Bindi, “non c’è stata una complicità consapevole ma la società non è stata neppure vittima. C’è stata una sottovalutazione del rischio, ma questo è un fattore comune a molte società calcistiche” anche perchè il calcio “non è un settore immune dalla mafia, proprio per la sua capacità di creare consenso”.

“Servirebbero più responsabilità e più consapevolezza. Quando la consapevolezza è maturata – ha aggiunto Bindi, riferendosi alla Juventus – la società si è data delle regole che la potranno rendere più forte, non dico immune”. Oggi intanto un collaboratore di giustizia ha rivelato che la sua famiglia voleva aprire un bar nel nuovo stadio della Juve.

L’Antimafia cita tra l’altro lo stadio San Paolo di Napoli, relativamente “alla distribuzione delle tifoserie nelle curve dello stadio e, parallelamente, alla dislocazione dei clan mafiosi ‘competenti per territorio’ all’interno delle stesse”.

La Relazione evidenzia anche come “in alcuni casi i capi ultras sono persone organicamente appartenenti ad associazioni mafiose o ad esse collegate, come ad esempio a Catania o a Napoli; in altri casi ancora, come quello del Genoa, sebbene non appaia ancora saldata la componente criminalità organizzata con quella della criminalità comune, le modalità organizzative e operative degli ultras vengono spesso mutuate da quelle della associazioni di tipo mafioso”.

“Non sempre l’attività illecita o violenta dei gruppi ultras – bacchetta l’Antimafia – riceve la necessaria attenzione mediante attività di polizia giudiziaria, e della magistratura, ad esse specificamente dedicate”.

Il documento registra anche “forme, sempre più profonde, di osmosi tra la criminalità organizzata, la criminalità comune e le frange violente del tifo organizzato, nelle quali si annida anche il germe dell’estremismo politico…e crea inquietudine – viene spiegato – la presenza di tifosi ultras in tutti i recentissimi casi di manifestazioni politiche estremistiche di destra, a dimostrazione che le curve possono essere ‘palestre’ di delinquenza comune, politica o mafiosa e luoghi di incontro e di scambio criminale”.

Secondo stime delle forze di polizia i pregiudicati negli stadi si aggirerebbero intorno al 30% del totale. Ogni settimana, inoltre, 165 mila agenti vigilano per la sicurezza negli stadi, “possiamo permetterci questo lusso?”, si è chiesta Bindi, secondo la quale il costo dovrebbe essere a carico delle società calcistiche.

Gli stessi giocatori poi, rileva la Relazione, “possono essere sfruttati a fini illeciti, attraverso il cosiddetto match fixing, l’alterazione del risultato sportivo per conseguire illeciti guadagni attraverso il sistema delle scommesse”.

Tra le soluzioni avanzate dal coordinatore Di Lello, l’intervento sul Daspo, sia prevedendo termini di efficacia più severi che introducendo l’obbligo e non più la facoltà di imporre di presentarsi agli uffici di pubblica sicurezza nel corso delle manifestazioni sportive; valutare l’introduzione di misure, sul modello inglese, che consentano di trattenere temporaneamente soggetti in stato di fermo all’interno dello stadio (ma per Bindi le strutture esistenti non consentirebbero questa possibilità); la tracciabilità dei flussi finanziari con riguardo alla costituzione delle società di calcio, alla cessione delle quote, alle transazioni per l’acquisto dei calciatori; il rafforzamento del sistema di monitoraggio sulle scommesse illegali; l’introduzione del reato di bagarinaggio.

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