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Medico di Venezia che ha combattuto il virus non è già più un “angelo”. Così apostrofato: “Chissà che morì tutti co el virus”

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Medico di Venezia che ha combattuto il virus non è già più un "angelo". Così apostrofato: "Chissà che morì tutti co el virus"

Lui è un medico di Venezia. Uno di quelli che ha combattuto in prima linea contro il Covid in ogni situazione, anche quando, nelle fasi iniziali, non si capiva nulla e pareva che il virus uccidesse chiunque incontrava sulla sua strada.

Ha lavorato tutti i giorni senza mai tirarsi indietro, soltanto isolandosi dalla sua famiglia per diversi giorni. Lo ha fatto con lo spirito di chi ha scelto questa missione, che non è un “lavoro”. Con lo spirito di fare tutto il possibile per gli ammalati senza pensare di doversi aspettare qualcosa per questo.

Li hanno chiamati angeli, medici e infermieri, supereroi ecc, ma lui non ci ha mai creduto alle etichette, non ci ha dato peso, ha sempre e solo fatto il massimo secondo la sua coscienza.

Il fatto, che definire spiacevole è poco, è avvenuto qualche giorno fa all’approdo di Piazzale Roma.

Dopo le prime problematiche sorte a causa dei trasporti contingentati, Actv ha predisposto una navetta “Piazzale Roma – Ospedale Civile di Venezia”. Fortunatamente, sarebbe opportuno dire, proprio perché grazie a questa iniziativa i sanitari hanno potuto prendere servizio agli orari previsti durante i giorni “caldi”.

Una mattina di qualche giorno fa, con il mezzo di Piazzale Roma che imbarcava già i passeggeri con destinazione ospedale, si sono sentite due voci gridare “Speta!” , “Un attimo…”.

I due passeggeri ultimi arrivati in “divisa da lavoro” erano verosimilmente muratori o operai. Locali, tanto per non ingenerare equivoci.

Arrivati davanti al barcarizzo hanno più volte insistito per salire mentre il marinaio Actv spiegava loro che non era possibile prendere quel mezzo perché si trattava di una corsa “riservata” per i dipendenti ospedalieri.

Il nostro medico, vicino al barcarizzo, mentre il mezzo cominciava a muoversi e nei due era salita la collera per essere lasciati a terra, ha provato a spiegare meglio con la consueta gentilezza: “Questa è una navetta che va solo all’ospedale, è per i lavoratori dell’ospedale…”. Ottenendo come risposta un beffardo e violento: “Chissà che morì tutti co el virus…”.

Tralasciando la natura tremenda e inqualificabile della reazione e dell’improperio, quello che fa più male è la constatazione dell’amico dottore. “Hai visto? Siamo passati in pochi giorni da angeli a persone da maledire. Hai capito adesso perché io penso solo a lavorare e non mi interesso delle etichette…”.

“Certo non tutte le reazioni sono uguali, ma un po’ è nella natura dell’uomo. Le valutazioni cambiano a seconda delle circostanze. Come credi reagirà uno di quelli che ci ha chiamato ‘angeli’ o ‘supereroi’ appena – mettiamo – un collega in pronto soccorso farà una diagnosi che non è ‘gradita’?”

“Negli anni la nostra categoria ha perso sempre più prestigio. Ora la gente si informa in internet e ti corregge. Molto spesso pensa alla denuncia ancora prima che tu abbia finito di parlare. Non vi è più fiducia nella sanità pubblica e, a livello ‘sociale’, non vi è più alcun rispetto o riguardo per il medico…”.

Parole che ci ha pronunciato non con amarezza ma piuttosto con rassegnazione già accettata e metabolizzata che ci ha provocato profonda tristezza.

Per lui, la frase: “Chissà che morì tutti per el virus…” non è più di tanto sconvolgente come lo è per me, ma piuttosto un qualcosa che ci si può o ci si deve aspettare di questi tempi in questa società.


(foto da archivio)

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