Le ronde non si possono fare.
Basta non chiamarle #ronde.
La Legge 94/2009 è un piccolo capolavoro di ambiguità tutta italiana.
Da una parte vieta qualsiasi vigilanza fai-da-te: niente cittadini che si improvvisano forze dell’ordine, niente ronde spontanee. Giusto, sacrosanto.
Dall’altra, però, introduce i “volontari per la sicurezza”: cittadini organizzati, con requisiti, formazione e coordinamento istituzionale. In pratica, le ronde ci sono ancora… ma con un altro nome e un manuale di istruzioni.
Le passeggiate di questi volontari, per quanto regolamentate, restano piene di punti deboli.
La loro capacità di intervento è limitata: non possono affrontare situazioni pericolose, e devono solo segnalare; la formazione spesso non è uniforme, lasciando volontari con livelli diversi di preparazione; il loro ruolo ambiguo può generare frustrazione o ritardi nei casi reali di emergenza; la loro presenza visibile può causare equivoci o tensioni con i cittadini; ci sono responsabilità legali in caso di incidenti; e il loro impegno volontario non sempre è sostenibile nel tempo, con il rischio che i presidi diventino sporadici e inefficaci. Infine, anche senza cattive intenzioni, alcuni volontari potrebbero oltrepassare i limiti, trasformando il controllo simbolico in intimidazione.
In sostanza, si costruisce una percezione di sicurezza, ma la #sicurezza reale resta fragile. Tutto questo mentre la legge vieta le ronde “tradizionali”: un #paradosso che trasforma il problema in scenografia, lasciando invariato il rischio reale e promuovendo una narrazione più rassicurante che concreta.
Il rischio è chiaro: nel tentativo di evitare le ronde, si è semplicemente cambiato nome al problema.
P.s. E la #coesionesociale non si crea con presidi simbolici, ma con politiche serie, investimenti e fiducia reale tra cittadini e istituzioni scardinando stigma e pregiudizi.
Associazione ViviAmo Marghera
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