La Venezia Scomparsa: Molin e il Ponte dei Giocattoli. I ricordi, la chiusura: incontro con Federico, l’ultimo gestore, 12 anni dopo

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La Venezia Scomparsa: Molin e il Ponte dei Giocattoli. Incontro con Federico, l’ultimo gestore, 12 anni dopo

Il negozio Molin, conosciuto da tutti i veneziani tanto da aver ribattezzato il Ponte dei Giocattoli, non rappresentava per me un semplice, piacevole prolungamento del percorso mattutino, ma un vero e proprio luogo dei sogni a due soli passi da casa.

La storica attività che fino al 2007 ha allietato i bambini del Centro Storico era dotata di numerose vetrine: la più grande si affacciava sul Campiello Flaminio Corner ed esponeva i peluche, quella a ridosso dei gradini era dedicata al modellismo, mentre sul ponte vero e proprio si potevano vedere ed ammirare soldatini, macchinine e le varie novità.

Da Molin ogni occasione era buona per entrare e curiosare: nella veranda venivano appese bambole e action figure del momento, sulla sinistra era stato installato un televisore con il Nintendo NES, mentre sulla destra era presente il bancone, con una lastra di vetro che racchiudeva i giochi del Game Boy. Trovavano posto sulla parete le varie confezioni LEGO dedicate alla città, ai pirati, allo spazio e al medioevo.

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(foto di Roberto Catullo e Ettore Lagomarsino, Venezia 2007)

Ma era nel periodo natalizio che l’intera area si colorava di magia, con un’esposizione esterna che trasformava lo stesso Campiello in un prolungamento del negozio: biciclette, macchine a pedali, banchi-scuola ma anche le grandi scatole dei giochi di società.

Il tutto sormontato dalle luminarie ancorate sugli edifici circostanti, che creavano un vero e proprio soffitto luminoso sulle teste di noi bambini.

Ogni passeggiata in compagnia dei nonni si trasformava nella spasmodica attesa di ripassarci davanti: non solo per rivedere il regalo che già mi aspettava sotto l’albero, ma soprattutto per ammirare quella festosa atmosfera natalizia da film americano fatta di luci, vetrine decorate e bimbi vocianti che indicavano ai rispettivi genitori il robot, l’astronave o la bambola che avevano chiesto nelle letterine a Babbo Natale.

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Dopo una breve ricerca online, sono riuscito a contattare Federico Bentsik, l’ultimo gestore di Molin che nel 2007 fu costretto ad abbassare definitivamente le saracinesche.

Lo ricordo come un giovane padre di famiglia pieno di entusiasmo,

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foto di Roberto Catullo e Ettore Lagomarsino (2007)
che in diverse occasioni si era fatto promotore di iniziative per i bambini come il posizionamento, in pieno campiello, di una grande pista per le macchinine Mini4WD.

 

Ci diamo appuntamento in Campo San Canciano, arrivo e immediatamente lo riconosco: forse un po’ ingrigito nei capelli, ma le sue maniere gentili restano inconfondibili.

 

Anche lui si ricorda di me: quando nel 1997 prese la gestione di Molin io andavo alle medie, ed era al Ponte dei Giocattoli che mi rifornivo per i ricambi dei modellini.

“Sono passati 12 anni da quando abbiamo lasciato il negozio – commenta – ma sono sempre io, Federico di Molin”.

Nonostante i 50 anni, il suo sguardo da giovane sognatore rimane immutato, sebbene velato da un’innegabile ombra di malinconia.

 

La nostra conversazione prosegue al tavolo del vicino bar; Federico appoggia una borsa ed estrae famiglia molin foto storica nostra nino baldan boxuna fotografia in bianco e nero. È un ritratto della sua famiglia, che orgogliosamente mi racconta aver gestito l’attività fin dal primo giorno, nel lontano 1865.

“La foto è del 1938 – spiega – qui ci sono tre generazioni di negozianti”. La sua malinconia è comprensibile, sentendo di aver interrotto una catena durata 142 anni.

“L’attività di famiglia risale al 1865, quando Antonio Molin aprì a San Salvador un piccolo negozio di articoli militari. Eravamo ancora sotto l’Austria”.

“Con il tempo si specializzò nella cura della persona: pettini, lacci per scarpe, bubi (forcine) per signora; la bottega si trasferì in Strada Nuova per insediarsi infine sul Ponte di San Giovanni Grisostomo”.

“Il mio trisavolo – continua Federico – morì nel 1906 dopo aver acquistato per 11 mila lire l’intero stabile, lasciando l’attività in mano alla figlia Luigia. Mio nonno Alessandro Bentsik ci iniziò a lavorare come fio de botega, sposando nel 1931 nonna Giulia, figlia della titolare e nipote del fondatore”.

“Furono proprio i nonni, nel dopoguerra, a introdurre la vendita dei giocattoli. Gestirono il negozio per tutti gli anni ’70.”

Nella foto è presente un bambino piccolo “lui è mio papà Ettore, che qui aveva ettore bentsik politico famiglia molin nostra nino baldan boxsei anni, ma capì subito di non essere portato per la vita da negozio quando da giovanissimo gli chiesero uno sconto. Andò a studiare a Padova e intraprese la carriera politica”.

Ettore Bentsik (nella foto piccola a destra) divenne così docente universitario, sindaco di Padova con la DC dal 1970 al 1977 (e di nuovo dal 1980 al 1981), presidente della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, sfidante di Galan nelle Regionali del 1995.

“Nel frattempo – continua Federico – il Ponte dei Giocattoli era rimasto nelle mani dei nonni. Negli anni ’80, ormai anziani, affidarono la ditta ai due dipendenti Lorenzo e Romano.”

Sono proprio loro i commessi dei miei ricordi d’infanzia: Lorenzo era il signore burbero con i baffi, mentre Romano era quello con gli occhiali.

Intorno alla fine degli anni ‘80, da Molin era arrivato un televisore che permetteva ai clienti di provare 10 videogiochi per Nintendo NES.
Provare, non giocare a scrocco.

Ma il sottoscritto, in maniera non dissimile da altre decine di bimbi della zona, aveva scambiato quella postazione per una sala giochi che gli permetteva di godere di ciò che i genitori non volevano acquistare.

C’erano “Super Mario Bros”, “Urban Fight”, “A boy and his Blob”: titoli che le nuove generazioni giudicherebbero primitivi, ma che all’epoca erano capaci di lasciare a bocca aperta noi bambini, affascinati dal poter anche soltanto interagire con le immagini che apparivano in TV.

 

Così, il negozio si riempiva quotidianamente di infanti che, senza la minima intenzione di acquistare, si ammassavano sulla parete di sinistra; Romano tentava allora di distrarli, ma spesso neppure questo stratagemma era sufficiente ad allontanarli. Le partite venivano interrotte solo dall’ingresso di una madre urlante, che afferrava il figlioletto per un braccio strappandolo dal controller rettangolare che finiva così preda del bimbo più vicino.

Con l’uscita del Super Nintendo, lo stesso destino accadde anche a me: restai così affascinato dai colori di “Super Mario World” che persi la concezione del tempo. L’orario di chiusura si avvicinava, e io mi trovavo ancora al Ponte dei Giocattoli; mia madre mollò la preparazione della cena e fece capolino al negozio: mi strattonò per una mano e mi trascinò lungo la Salizada fino al cancello di casa. Altri bambini fecero di peggio: pur di non uscire da Molin simulavano un improbabile guasto dell’orologio portando le lancette indietro di un’ora.

 

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(foto di Roberto Catullo e Ettore Lagomarsino, Venezia 2007)

Federico riprende allora il suo racconto: “nel 1988 nonna Giulia venne a mancare, e la famiglia si accorse che l’azienda, appesantita dalle paghe di troppi dipendenti, non rendeva più. Si pensò di vendere, ma mio padre Ettore, rispettoso delle tradizioni di famiglia, vi si oppose: si decise così di responsabilizzare Lorenzo e Romano, che dal 1990 non furono più dipendenti ma titolari di una nuova ditta che ai Bentsik avrebbe corrisposto un affitto mensile.”

Sentendo la responsabilità di proseguire l’attività di famiglia, Federico lasciò gli studi a Padova per trasferirsi a Venezia nel 1996; l’anno successivo divenne a tutti gli effetti il titolare di Molin, assistito dalla moglie Catia che si specializzò nella creazione delle vetrine.

Durante i primi tempi, Lorenzo e Romano rimasero in negozio con la formula dei co.co.co. per “assistere” la nuova generazione nei periodi più “caldi” dell’anno.

“La nostra gestione partì con quanto più entusiasmo possibile – ricorda Federico – cercammo di riaccaparrarci molti clienti che con gli anni avevano preferito rivolgersi altrove. Investimmo sulle Barbie da collezione, rafforzammo il reparto-modellismo e cavalcammo l’onda delle automobiline Mini4WD organizzando gare ed eventi per grandi e piccini”.

“Inizialmente non disponevamo di una pista; la portò un amico da Padova che si prestò anche a svolgere il ruolo di giudice. La prima volta la struttura fu montata in Campo Santa Maria Nova, ma per via della pioggia ci spostammo in Patronato di San Giovanni e Paolo. Ritornati in Campo, nonostante avessimo tutti i permessi, iniziarono le critiche e le proteste dei dirimpettai: i bambini disturbavano, facevano troppo rumore, i giochi avrebbero deviato i turisti”.

“Anche quando montai la pista davanti al negozio, nonostante avessi scelto il giorno di chiusura del bar di fronte per non creare troppo disagio, ci vennero mandati i vigili. Fu qui che il mio entusiasmo iniziò a venir scalfitto dalla peggiore mentalità veneziana, quella delle rivalità inutili, quella del –sì, ma non davanti a casa mia-.”

 

Dopo aver affrontato nel 1998 la scomparsa di papà Ettore, nel 1999 la famiglia Bentsik dovette fare i conti con un’ulteriore tegola: quella di un severo controllo contributivo.

Si prospettò per loro la minaccia di un’esorbitante multa che, se erogata, li avrebbe lasciati senza attività. “Continuavo a lavorare con il sorriso, ma dentro di me vivevo con la paura, con l’angoscia che ci avrebbero tolto tutto. Una questione che andò avanti per anni, che fortunatamente si risolse, ma che mise ulteriormente alla prova il mio entusiasmo. Perché questo accanimento verso di noi, che proseguivamo la storica attività di famiglia coinvolgendo i bambini della città? Perché dagli altri nessuno va mai?”

Un’ulteriore stangata arrivò dai centri commerciali. “Alcuni fornitori iniziarono ad offrire sconti sulla grande quantità, garantendo al cliente un prezzo finale che noi non potevamo permetterci di offrire. Così hanno ucciso il giocattolo.”

Ma il colpo di grazia arrivò con l’Euro “Il costo della vita aumentò, e i clienti decisero di fare a meno dei beni non indispensabili. I giocattoli divennero oggetti superflui, relegati alle occasioni più importanti. Dal 2002 concludevamo ogni anno con il 15% di fatturato in meno, fino al 2006, quando a malincuore sopraggiunse la decisione di chiudere.”

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Così, nel 2007 Molin abbassò definitivamente le serrande, mettendo fine a 142 anni di storia.

La famiglia Bentsik affittò i locali a Parutto, azienda di calzature che resistette 6 anni per poi a sua volta mollare.

 

Ora l’ex Ponte dei Giocattoli è diventato “il Ponte dei Souvenir”: dal 2013 è presente una ditta che vende oggettistica non dissimile a quella esposta in ogni angolo della città.

E Federico? Dopo un corso di tecnico ambientale per le energie rinnovabili, affitta ai turisti una stanza ricavata dall’ingresso della sua abitazione: “è un’attività saltuaria, non ci ricavo nemmeno uno stipendio; mia moglie Catia invece fa l’insegnante, e fortunatamente dopo anni di precariato è riuscita ad ottenere il ruolo”.

“Abbiamo due figli, Ettore e Alessandra, ma per loro in Italia non vedo alcuna possibilità. A Venezia, poi, per sopravvivere si è obbligati a rivolgersi al turismo di massa: non è questo il futuro che mi auguro per loro. Chiedimi quello che vuoi, ma in me vedrai sempre un pessimista.”

Voglio portare Federico davanti al suo ex negozio per terminare in modo simbolico la nostra nostalgica chiacchierata.

Percorsa la Salizada e giunti in Campiello Flaminio Corner, i suoi occhi si illuminano davanti alle vetrine del primo piano, che ancora conservano la traccia indelebile della pluridecennale presenza di Molin: “quello a sinistra è un convento della Lego – ricorda emozionato – dotato di un meccanismo interno che con gli anni si è inceppato, mentre il papero a destra, a differenza da quello che si dice, non è costruito con i Lego ma con i mattoncini, più larghi, di una ditta tedesca degli anni ’70.”

Fa un certo effetto rivedere qui, dodici anni dopo, l’ultimo gestore di Molin; proprio sotto quel nizioleto che nel 2018 ha omaggiato la storica attività rinominando il luogo, ufficialmente, “PONTE DEI ZOGATOLI”.

Federico appare disorientato in un ambiente che non riconosce più: le vetrine stipate di souvenir come in un qualsiasi chiosco o tabaccheria della città, i gradini occupati da turisti che ne approfittano per riposare le gambe, la fascia di legno che circonda il negozio vandalizzata da adesivi, graffiti e scritte a pennarello.

Ma il fondo è ancora di proprietà della famiglia? “Sì – conferma – per tradizione il negozio e i piani sovrastanti non sono stati venduti…”.

Ed è allora che lo metto di fronte ad un’ipotesi romantica, per quanto remota e irrealistica: se l’economia cambiasse, se Venezia si ripopolasse di famiglie, se i bambini venissero a bussare la porta chiedendo peluche, macchinine, trenini… riapriresti Molin?
Non riesco a terminare la frase senza commuovermi.

Federico non risponde, perso con un’espressione melanconica ad osservare magneti, maschere e bracciali che hanno preso il posto dei sogni e dei desideri di generazioni di bambini.

Nino Baldan

Riproduzione Riservata.

 

12 persone hanno commentato questa notizia

  1. 10 e lode al sig. Nino Baldan, davvero Veneziano D.O.C.
    Anch’io ricordo il negozio, così come quello di Linetti, nelle Mercerie del Capitelo, e Sabbadin, in Calle Dei Fabbri, entrambi specializzati in modellismo (con i Trenini Lima, i soldatini Atlantic e i calciatori Subbuteo) e dove ancora mio nonno aveva costruito per un ferroviere appassionato di modellismo ferroviario, ancora negli ani 70, un gigantesco plastico proprio con il supporto tecnico di Linetti. Ricordo ancora l’altro grande negozio di Pietrobon in Campo Manin (poi diventato Banca) con cartoleria al piano terra e grande salone di giocattoli al promo piano cui si accedeva tramite scala a Bovolo, e pure Pettenello a Santa Margherita (fino al 2005), e la Standa in Campo San Luca, uno dei pochi negozi con ascensore.
    Ce n’era una anche a San Lio, se ben ricordo di un signore Armeno (Tokatsian?), molto fornito, vicino al portico.
    Ora purtroppo anche il modellismo è andato in decadenza, specie con l’avvento dei video giochi, strumenti di gioco quasi ipnotici che non danno spazio alla minima creatività, e pure il negozio di modellismo e giocattoli a Mestre, dapprima in Galleria vicino al Candiani, ed infine trasferito in Via Poerio, qualche mese fa ha chiuso.
    Ma non bisogno arrendersi: uniamoci per salvare e rivitalizzare la nostra Venezia.
    Prof. Fabio Mozzatto.

  2. Caro Nino, ho letto tutto l’articolo su Molin e mi sono commossa. Purtroppo non ho mai visto le belle vetrine con i giocattoli, sono figlia di un veneziano che ha lasciato Venezia da ragazzo e sono nata e vivo a Milano.
    Grazie davvero per avermi fatto vivere alcuni aspetti bellissimi di una Venezia che non c’è più…
    Laura Rossi

  3. ciao Federico,
    sono Luciano Concari, rappresentavo la RICORDI ARTE ed ero tuo fornitore di modellismo e puzzles,
    ho conservato un ottimo ricordo di te e di tua moglie Catia, vi abbraccio e vi auguro tanta fortuna, sono in
    pensione ma quando passo di lì ho nostalgia anch’io….

    ciao
    Luciano

    • il modellismo non e’ affatto morto, solo che ci si fornisce direttamente nei webnegozi in cina. quello che ha ucciso i negozi e’ stato il web, dove qualsiasi cosa cerchi la trovi e puoi anche far paragoni con i prezzi dei vari negozi online. purtroppo o per fortuna, giudicate voi, i tempi cambiano. hanno contribuito anche i grossi centri commerciali, con prezzi competitivi e ampia scelta. il mondo si evolve, per fortuna.

  4. Non è solo Venezia che è cambiata, è cambiata l’Italia, è cambiato il mondo.
    Le nascite non ci sono a Venezia, ma non ci sono nemmeno in altre città dove non ci sono turisti.
    Dimentichiamo la nascita dei supermercati e il computer.
    I ragazzi preferiscono giocare con i peluche o giocare al computer?
    Caro Nino dovresti comprarti una bella macchina del tempo e ritornare indietro di 30 anni, ma purtroppo questa macchina ancora non è stata inventata ed esiste solo nelle fiabe.
    Io ti consiglio di guardare avanti ed apprezzare quello che abbiamo oggi.

  5. Vero la nostra citta’ e’ irriconoscibile tutte le attivita’ che facevano la storia dei veneziani sono sparite x lasciare il posto a chi ? A attivita’ che sono cosi’ lontane da noi che passando nn le vedo neanche tanto sono insignificanti. anche io ho un negozio che dovro’ chiudere in piu’ adesso abbiamo un’altro nemico che e’ internet. x noi piccoli negozi e’ veramente un drago con vui nn puoi combattere.

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