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La Ruota delle Meraviglie, Allen con un chiaro segno di matrice Tennessee Williams

Appena uscito dal cinema, immediatamente dopo la visione de “La ruota delle meraviglie”, il primo pensiero che ho avuto relativamente al film è stato: ”Ma chi se ne importa?”. Già, chi se ne importa di questo carosello di amori e dolori stavolta incorniciati in una Coney Island color caramello (ma anche molto verde, che è un colore dalla simbologia nefasta)? Cosa ci può riguardare nelle vicende dell’ennesima donna vinta dalla vita, il cui riscatto viene inevitabilmente soppresso dalla irragionevolezza del fato e dalle intermittenze del cuore?

Non avevamo avuto già il bellissimo “Blue Jasmine” a raccontarci quanto duro sia vivere il gap tra intenzioni e dato di realtà? La pazzia di Cate Blanchett, in quel film, sembrava chiudere tutte le domande relative a cosa potrebbe succedere a una persona che rifiuta i fatti per quel che sono; misto di patetismo e ridicolaggine assieme.

E quindi avevo velocemente cassato “La ruota delle meraviglie” come un tentativo non tanto malfatto né insincero quanto esornativo nella carriera di Allen. La quasi unanimità della critica a sfiduciare questo film mi aveva trovato immediatamente concorde. Inoltre, in relazione al “giustificazionismo” dei capovolgimenti amorosi, per cui una donna non più giovane anche se interessante si vede negare una via d’uscita sentimentale, molti critici han visto più una assoluzione del maschio che il parteggiare per la donna; rimembri dell’autoassoluzione che Allen diede a sé dopo i fatti relativi alla relazione con l’ultima moglie.

E invece no.

Mi dispiace; Dio solo sa quanto io sia assolutamente dalla parte delle donne in queste vicende e senza dubbio alcuno non trovo comprensione per la deleteria scelta sentimentale dell’uomo Allen. Ma tutto questo non l’ho trovato in questo film.

Ciò che lascia il segno, un chiaro segno di matrice Tennessee Williams (con chiari rimandi a “Un tram che si chiama desiderio”) è l’incredibile capacità del regista di scegliere figure femminili per dimostrare la tesi dell’autore secondo cui l’esistenza non ha vie di fuga, se non al limite la follia.

Ebbene sì, ad Allen le donne mature e vissute ispirano questo. Forse è perciò che se ne allontana nella vita. Ma sulla scena faccio fatica a non ammirare la più che profonda capacità di mettere per immagini (e che immagini! Storaro sembra superare se stesso nell’illuminare la Coney del 50 come il paese delle fiabe) tutta la ragnatela di conflitti, sofferenze, retro pensieri, illusioni e fantasmi relative a personaggi che ben poco han ricevuto dalla vita e che forse non sanno dare. Sia che si tratti di un bagnino con velleità di scrittore (Timberlake) il quale crede di reggere e tenere a distanza “letteraria” ciò che gli succede o fa succedere; sia che si tratti di una cameriera con un passato da attricetta (Winslet, immensa), bella ma non più “fresca” che sceglie la porta della follia per fuggire da una condizione opprimente (ma si aprirà questa porta?).

Oppure di un marito manovratore di giostre (Belushi) fondamentalmente egoista ma innamoratissimo della figlia (Temple), la quale ha visto bene di fregarsi con le sue mani per un legittimo moto di indipendenza?

Un kammerspielt, grosso modo, girato in prevalenza dentro una casa con perenne vista sul luna park rosso e verde, coi suoi miraggi dipinti sugli indimenticati cartelloni della spiagga dei newyorkesi. Una casa che sembra un bar malfamato, fatto di tavolacci di legno. E una Coney che, a parte le giostre, offre vicoli stretti e incerti dove la morte può essere una sorpresa quanto l’amore.

E il film mi si è rivelato dopo qualche giorno perché mi ha depositato un retrogusto amaro, relativo alle troppe e dure complessità delle relazioni, in cui inevitabilmente miserie e fragilità escono allo scoperto.

Pochissimi riescono a raccontare questo per immagini; e Allen sicuramente è uno dei massimi esponenti di questo genere di scavo interiore. Se nella vita Allen è terrificante con le donne, su schermo mette tutta la sua parte migliore nel renderle protagoniste e portatrici di una croce da cui non ci si può schiodare. In cerca di un luogo incongruo ma felice, come un giardino cinese dentro i sobborghi di Coney Island.

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE
(Wonder wheel, 2017, u.s.a.)
Regia: woody allen
Con: kate winslet, juno temple, jim belushi, justin timberlake

Giovanni Natoli

MOVIEGOER, APPUNTI DI UNO SPETTATORE CINEMATOGRAFICO. DI GIOVANNI NATOLI

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