Lo studio condotto dall’Università Ca’ Foscari Venezia e pubblicato sulla rivista Regional Environmental Change ha gettato una nuova luce sui benefici del sistema Mose di Venezia, evidenziando tuttavia le sfide che si prospettano per l’infrastruttura nel contesto del cambiamento climatico in rapporto alla convenienza economica.
Secondo i ricercatori, i vantaggi economici del Mose superano i costi di investimento e le difficoltà sulle attività portuali. Tuttavia, si prevede che le dighe mobili possano essere sottoposte a uno stress molto prima di quanto previsto da chi l’ha ideato quasi cinquant’anni fa, e questo a causa dell’aumento del livello del mare.
Secondo la ricerca, se il MoSE venisse attivato con previsioni di marea a partire da 110 centimetri sul medio mare, potrebbero essere superati i 50 giorni consecutivi di chiusura della Laguna nell’ultimo quarto di secolo. L’infrastruttura potrebbe reggere un’attività così intensa? Difficile stimarlo con le informazioni oggi disponibili, ma gli autori evidenziano che, anche con il “tetto” di 50 chiusure l’anno (oltre 10 volte il limite pianificato), il MoSE potrebbe risultare eccessivamente “stressato” già attorno al 2060 nello scenario climatico peggiore, e un decennio dopo nell’ipotesi di applicare un efficace contenimento del cambiamento climatico.
Le strategie per affrontare le problematiche esaminate dovrebbero seguire due strade.
Da una parte, nel breve-medio periodo, ridurre le chiusure per mantenere l’infrastruttura, ad esempio alzando la soglia oltre gli attuali 110 centimetri di marea. Questo implica, però, proteggere i punti della città che verrebbero sommersi.
Per il lungo periodo, invece, serve definire e sperimentare fin d’ora nuove strategie per affrontare la crescita del livello del mare quando il MoSE non sarà più sufficiente.
Tra le strategie ipotizzate figurano il pompaggio di acqua marina nelle falde, per contrastare la subsidenza e alzare la città, oppure la netta separazione tra laguna e mare similmente a quanto accaduto in Olanda, con dighe di protezione.
Si tratta di scenari che richiedono anche forti investimenti sul sistema fognario, inadeguato nella maggior parte della città, l’eventuale deviazione di oltre 25 piccoli fiumi e canali che continuano a sfociare in Laguna, e lo spostamento del porto in mare aperto.
Gli autori, infine, riconoscono che un limite dello studio è non avere a disposizione stime precise riguardo i costi di manutenzione dell’infrastruttura e i suoi limiti operativi in termini di massimo di chiusure sopportabili. Pertanto, i calcoli sono stati ripetuti, utilizzando diversi ipotetici valori per analizzarne gli effetti sui risultati finali.
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Protegge Venezia come un ombrello protegge dalla pioggia in una giornata di tempesta… finché non si rompe. E stressato nel 2060? Ma certo, perché non dovrebbe prendersi una pausa dopo anni di duro lavoro? Dopotutto, anche le barriere hanno bisogno di riposo, no? Speriamo solo che non decida di andare in pensione proprio quando ne abbiamo più bisogno! ?
Sarcasmo a parte, è importante riconoscere che il MoSE è un sistema complesso e vitale per la protezione di Venezia dalle inondazioni. Tuttavia, come evidenziato dagli studi degli scienziati di Ca’ Foscari, l’uso ripetuto e crescente del sistema potrebbe avere impatti negativi sull’ecosistema lagunare e sulla morfologia delle barene12. È quindi fondamentale continuare a monitorare e valutare il MoSE per garantire che continui a proteggere efficacemente la città, minimizzando al contempo gli effetti collaterali sul delicato ambiente circostante.
Non arriva al 2060, per com’è costruito sarà già tanto se regge fino al 2026
Lei ha certezze di arrivare al 2026,