Lettera aperta ad Antonio Scurati. Di Andreina Corso

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ftv gondole ormeggiate san marco

Caro Antonio Scurati,

è vero che l’acqua alta siamo noi, e come sono vere e sentite le sue accorate tribolazioni nel dire, denunciare e suggerire soluzioni per la mia, la nostra città.

Non so dirle dove galleggino le parole del dolore nel sentire quel che lei ha definito “un infarto lento” per presagirne la morte annunciata e inascoltata. Per raccontarci quella forma di indifferenza, fatta di disinteresse, di oblio, di rassegnazione, così responsabili della sofferenza di Venezia, così consone a quelle maree che sconvolgono la città e la mettono in ginocchio, mentre lei non riesce nemmeno più a pregare, a chiedere pietà.

Trovo giuste e pertinenti le osservazioni di carattere scientifico e morale rivolte alle istituzioni e agli stessi veneziani (non riesco ad addentrarmi nelle corruzioni); mi chiedo perché Venezia non ha ricevuto le cure che avrebbero potuto prevenire il disastro. Se Venezia avesse la voce implorerebbe con singhiozzi afoni l’umano che c’è in noi.

“Le cose spariscono, si frantumano nonostante i tuoi occhi, perché al di là di quello sguardo c’è un pantano grigio di chilometri di silenzio. Un labirinto senza strade, dove è possibile consumare la morte senza morire e attanagliarsi alla vita senza capire”. Così scrivevo qualche anno fa, da visionaria, osservando la laguna e dandole voce.

Caro Antonio Scurati, chi scrive è una donna di settantatré anni e da tre vivo a Mestre. Il perché lo affido al suo pensiero, per pudore.

Cosa succede a chi deve andarsene dalla sua città?
“Ci sono gli alberi che non hanno occhi (non hanno occhi?), a vedere fermi (fermi?) le cose che si muovono. Le radici ben conficcate al suolo inventano sepolcri di legno umido. Io passo sotto rami semispogli con la mia bicicletta e mi sembra di percorrere una terra sconosciuta che ha sepolto l’acqua tanti anni fa e che si presta ormai da tempo al calpestio delle macchine e al rumore dei motori.
L’acqua sghignazza là sotto e attraversa canali scoperti per caso, che la conducono al mare. Passo sotto gli alberi e sopra il mare. E’ solo questione di posizione, lo stare al mondo – da Però non volevo, Bonaccorso editore”.

Mestre è abitata da veneziani che sono stati espulsi dalla città, i più anziani ricreano l’atmosfera dell’osteria del loro vecchio campo, giocano a carte, parlano delle fontane, della barca e anche dell’acqua alta, ma non altissima, quando remavano con le braccia trai i campielli dentro gli scatoloni di cartone. Sembrava un gioco.
E poi le fabbriche di Marghera, il lavoro degli operai, la fatica di uomini e donne impegnati a sollevare la loro sorte e quella della loro città: Venezia.

Non credo che l’autonomia amministrativa accresca competenza e responsabilità. Penso che questo ‘tutto’ questa città d’acqua e di pietra sia il nostro patrimonio, la nostra storia, il nostro cuore che teme di essere ferito.

Le classi sociali meno abbienti non meritano l’umiliazione di vedersi divise dalla città madre, più ricca e famosa.

Penso che anche un albero, un filo d’erba, un casermone popolare o una fabbrica, siano patrimonio della mia città, Venezia, e mi auguro che questo sentimento alberghi in chi andrà a votare il primo dicembre.

Dividendo Mestre da Venezia, non si eviteranno le grandi maree e le buone politiche dipendono dalla responsabilità, dalla volontà dell’uomo di compierle, di affermarle come atto civico e di amore, nel rispetto dell’ambiente, della vulnerabilità territoriale nel suo percorso d’acqua e di pietra.

La saluto con gratitudine.
Andreina Corso.
Venezia

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