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I registi di Naza, Yuval Abraham e Rachel Szor, sono al centro di un duro scontro politico in Israele dopo il riconoscimento ricevuto alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Il documentario, presentato in concorso e premiato con il Premio Speciale della Giuria, ha scatenato accuse di tradimento e la richiesta di verifiche sull’origine dei materiali utilizzati.
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Il film, frutto di quasi tre anni di lavoro sviluppato insieme al quotidiano The Guardian e alle testate +972 Magazine e Local Call, raccoglie testimonianze — con voce e volto alterati — di 24 soldati e ufficiali dell’intelligence che descrivono tecniche di individuazione e attacco a Gaza, compreso l’uso di strumenti digitali per intercettare comunicazioni. Il titolo riprende l’acronimo ebraico “Nezek Agavi”, riferito al numero previsto di vittime civili collaterali.
La proiezione in Sala Grande il 10 settembre ha suscitato una lunga reazione del pubblico, con applausi che sono durati 25 minuti; la giuria ha assegnato al film il Premio Speciale, terzo riconoscimento più importante della Mostra. Tra gli spettatori in sala era presente il cantante Ghali. Tra i produttori figura Jonathan Glazer.
A seguito del clamore suscitato, il ministro della Cultura, Miki Zohar, ha annunciato l’intenzione di agire per la revoca della cittadinanza dei due registi e ha scritto al capo dello Shin Bet, David Zini, chiedendo di indagare da dove provenisse il materiale e se siano coinvolti elementi nemici. Zohar ha inoltre contattato i vertici del ministero dell’Interno e dell’anagrafe per valutare la procedura amministrativa.
L’esecutivo israeliano ha respinto i contenuti del documentario: l’esercito ha affermato di non poter verificare identità e ruolo delle fonti anonime e ha ribadito che si adopera per evitare vittime civili. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha definito il film “calunnie di sangue e distorsioni deliberate della realtà”, mentre il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha invitato i registi a lasciare il Paese. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha collegato la vicenda all’”incitamento antisemita” e attaccato le forze di opposizione.
La strada per privare Abraham e Szor della cittadinanza non è immediata. Secondo una sentenza della Corte Suprema del 2022 la revoca è ammessa solo in casi limitati legati a un accertato “tradimento della lealtà”: la procedura richiede che sia il ministro dell’Interno a presentare la richiesta al ministro della Giustizia, con una convalida finale da parte di un collegio di giudici. Finora non è mai stata applicata a una produzione giornalistica o cinematografica.
Più concreto, sul piano investigativo, è l’appello di Zohar allo Shin Bet: un’indagine sull’origine dei materiali potrebbe tradursi in accertamenti penali per diffusione di informazioni riservate, con possibili conseguenze anche per le fonti militari anonime citate nel film.
I due autori hanno denunciato ripercussioni personali. Dopo il premio Abraham ha detto di aver cancellato i suoi profili social dopo essere stato sommerso da fotomontaggi offensivi contro di lui e la madre e ha espresso timori di non poter tornare in Israele: “Israele è casa mia […] ora però è ovvio che ho paura di non poter tornare”. Preoccupazioni per la sicurezza sono alimentate da precedenti di aggressioni subite da collaboratori di film su temi analoghi.
La vicenda ha anche diviso il mondo della cultura: ad Ashdod è comparso un murales che ritrae Abraham e Szor con la scritta “traditori” (15 settembre 2026, Ansa). Contemporaneamente oltre 1.500 registi e operatori del settore, tra cui Ari Folman e Nadav Lapid, hanno firmato una petizione di solidarietà in difesa del lavoro dei due autori. Salman Rushdie, intervenendo a Pordenonelegge, ha espresso il suo sostegno e ha elogiato il loro coraggio.
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