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Plastica e inquinamento, è arrivato il tempo delle regole

A fine aprile a Ottawa in Canada i delegati di 175 paesi si riuniranno per la stesura di un Trattato Globale che sia in grado di arginare i suoi effetti sull’ambiente e sulla salute umana. È la ennesima Conferenza sul tema convocata dall’Onu per arrivare a stilare quanto prima un Global Plastic Treaty. È stata […]

A fine aprile a Ottawa in Canada i delegati di 175 paesi si riuniranno per la stesura di un Trattato Globale che sia in grado di arginare i suoi effetti sull’ambiente e sulla salute umana.

È la ennesima Conferenza sul tema convocata dall’Onu per arrivare a stilare quanto prima un Global Plastic Treaty. È stata preceduta nel 2023 da quella di Parigi e di Nairobi in Kenya. Se a Ottawa non si raggiungerà un accordo sarà prevista una ulteriore sessione a Busan nella Corea del Sud tra novembre e dicembre sempre di quest’anno. È uno schema di intervento stringente analogo a quello applicato dall’Onu sul clima globale per ribadire ai Paesi partecipanti a queste Conferenze l’importanza cruciale di arrivare quanto prima ad un accordo globale sul tema plastica.
Ricercatori di lungo corso come Martin Wagner del Dipartimento di Scienze Naturali della Norwegian University a Trondheim in Norvegia e altri suoi colleghi sono pienamente d’accordo
su questa drammatizzazione poiché giudicano che siamo vicini ad un punto di non ritorno per quanto riguarda le problematiche ambientali e attinenti alla salute umana che ruotano attorno al mondo della plastica.

Lo stato dell’arte della ricerca internazionale ci ricorda che vengono utilizzati oltre 16.000 composti chimici diversi per la produzione delle migliaia di oggetti di plastica per uso industriale e civile. Ma solo il 6% sono soggetti ad una regolamentazione internazionale sui rischi di prodotto.
Un rapporto pubblicato alla fine del 2023 da un gruppo di ricercatori norvegesi e svizzeri, il Plast Chem Project, ha rivelato che esistono più di 10.000 composti chimici di base per la produzione della plastica dei quali non conosciamo i potenziali rischi per la salute e l’ambiente. “Il dato più impressionante di questo lungo elenco è che oltre 4200 di questi componenti erano totalmente sconosciuti prima della ricerca, i quali ad una attenta analisi hanno rivelato una pericolosa tendenza ad una lunga permanenza nell’ambiente, all’accumulo nel corpo umano e in quello degli animali e una insospettata tossicità. Un rapporto sconcertante anche per noi che da anni siamo fortemente impegnati nell’analisi di questo fenomeno” commenta Miriam Diamond del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Toronto in Canada.

I dati sulla produzione globale di plastica non hanno bisogno di commenti. Siamo passati da duecento milioni di tonnellate di inizio secolo alle oltre quattrocentocinquanta vent’anni dopo con una tendenza al rialzo per il futuro. Una impennata produttiva che sarà determinata dall’entrata in scena di nuovi paesi in pieno sviluppo economico come consumatori e produttori. Alcune città africane come Nairobi in Kenya sono letteralmente sommerse da questi rifiuti stoccati a cielo aperto nelle loro periferie con tutte le immaginabili ricadute negative in termini di salute pubblica sulle popolazioni coinvolte. Paesi che a volte sono diventati gli approdi finali del commercio illegale di rifiuti di plastica provenienti dal nord del mondo.

Il Global Plastic Treaty proposto dall’Onu è ormai all’ordine del giorno pur se con grande ritardo rispetto agli eventi. La quantità di rifiuti plastici che si sta accumulando a livello globale è inaudita e sta interessando ambienti insospettabili come l’Antartide e l’Artide.
Il tentativo prioritario del trattato sarà di operare una
drastica diminuzione della quantità di plastica prodotta con iniziative come quelle proposte da alcuni ricercatori di ridurre il numero di sostanze chimiche utilizzate per produrre i coloranti che sono più 3.000, un inutile eccesso. Una semplificazione che può facilitarne lo smaltimento e il relativo controllo di qualità. In tema di sicurezza contro i rischi per la salute umana e animale si potrebbe applicare il semplice principio che i prodotti in plastica in assenza di dati sulla loro composizione e sul profilo di rischio non possano essere commercializzati.

In attesa del Trattato Globale proposto dall’Onu, il panorama complessivo sul trattamento dei rifiuti di plastica mostra evidenti segnali che i problemi di stanno accumulando e che alcuni di essi purtroppo non trovano al momento risposte certe. Nei paesi sviluppati il ciclo di controllo della plastica ha raggiunto livelli quantitativi importanti attraverso il riciclo, lo smaltimento in discariche, la termovalorizzazione. Un modello che può essere progressivamente esportato in altri paesi in via di sviluppo con gli adeguati investimenti sui territori interessati. Ma per il momento grande assente è il trattamento di questi rifiuti con ceppi specializzati di batteri che ha prodotto risultati apprezzabili solo su test limitati e non sul piano industriale.

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Ma le sei colossali isole di plastica localizzate negli oceani del pianeta in particolare la Pacific Trash Vortex nel nord del Pacifico che occupa un milione e mezzo di chilometri quadrati sono il segnale che non tutto funziona. Sono isole composte da macro-rifiuti di plastica accompagnati da decine di miliardi di quelli micro e nano con dimensioni che vanno dal millimetro fino al milionesimo di metro. Il fenomeno delle isole ha contribuito a mettere in evidenza l’esistenza di un aspetto poco conosciuto fino ad un decennio fa del ciclo della plastica: le nano plastiche. Una prospettiva che ha allargato in modo esponenziale gli effetti inquinanti di questi oggetti della tecnologia contemporanea così presenti nella nostra vita quotidiana.

Sono prodotte negli impianti per il riciclo della plastica come scarti indesiderati della frantumazione dei rifiuti da recuperare oppure nelle isole oceaniche per gli effetti di lungo periodo indotti dagli agenti atmosferici sugli oggetti in plastica. In tutti i casi entrano nel ciclo dell’acqua ed è stato dimostrato che diventano i vettori della diffusione su scala globale di batteri tossici per la salute umana e di pericolosi inquinanti raccolti lungo il loro viaggio in acqua. Date le loro ridotte dimensioni, entrano nel ciclo alimentare degli uccelli, degli animali marini e alla fine paradossalmente possono ritornare nelle nostre case da dove sono partiti. Si è creato molto allarme attorno alle nano plastiche perché è un fenomeno del tutto imprevisto ed è sotto costante osservazione da parte della ricerca scientifica.

Tale è l’ampiezza del fenomeno che l’Unione Europea ha diffuso nel 2023 un corposo documento sui loro effetti sulla salute umana e animale. “Le nano plastiche sono da considerare a tutti gli effetti dei contaminanti ambientali da mettere sotto stretto controllo. Hanno dimostrato di essere in grado di penetrare molte barriere biologiche degli esseri viventi cellule comprese e la loro pericolosità è anche determinata dalla loro capacità di trasportare nel loro percorso inquinanti tossici come metalli pesanti, pesticidi, microorganismi, residui di farmaci” sono le conclusioni del documento europeo. Recenti studi clinici hanno trovato tracce di nano plastiche nel sangue umano, negli alveoli polmonari, nella placenta, nell’apparato digerente, nel latte per i neonati e sembrano anche coinvolte con l’insorgenza di alcuni disturbi cardiovascolari.

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Antonio Marsilio
Antonio Marsilio
Professionista con lunga frequentazione delle strade del cibo e grande passione nel raccontare la scienza. Blog: www.galileo1564.it antonio.marsilio@galileo1564.it
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