vita di tara graham joyce

Quando si legge un fantasy ci si trova pronti ad accettare un mondo fatto, appunto, di fantasia, dove la magia regna padrona e dove le cose impossibili possono accadere. Ma Graham Joyce con il suo Vita di Tara, edito da Gargoyle (traduzione di Benedetta Tavani), scardina il genere, creando un fantasy dove reale e immaginario si fondono, portando ad una destabilizzazione nel lettore inaspettata, quanto gradevole, perché, finalmente, si è davanti a qualcosa di nuovo: un fanta-thriller-psicologico.

Dopo il pranzo di Natale Peter Martin riceve una telefonata concitata dal padre che gli chiede di raggiungerlo subito perché qualcosa di sorprendente è accaduto alla loro famiglia. Al suo arrivo, Peter ritrova Tara, la sorella adolescente scomparsa misteriosamente vent’anni prima.
Cosa le è accaduto? E dove è stata in questi lunghi anni? La storia di Tara ha dell’incredibile: ha conosciuto uno straniero nella foresta degli Outwoods ed è stata con lui per mesi in un… mondo parallelo. Per la sua famiglia è impossibile crederle, ovviamente, eppure il cor­po di Tara non è invecchia­to affatto nonostante siano passati vent’anni. L’uni­co che sembra essere dalla sua parte è il suo primo amore, Richie, ma un uomo misterioso la pedina tentando in tutti i modi d’impedirle di riavvicinarsi a lui.
Spetterà allora allo psichiatra, il dottor Underwood, scoprire quali segreti nasconde la mente di Tara e riportare così ai Martin la ragazzina che avevano perduto.

Non è mai facile mettere insieme diversi piani e dimensioni, ma Joyce si districa con abilità portandoci in uno stesso libro a vivere esperienze completamente diverse, utilizzando anche dei dinamici punti di vista che passano dalla prima persona, al narratore in terza persona onnisciente.

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A questo si aggiunge il fascino del folklore, dove miti e tradizioni si fondono con una realtà completamente simile alla nostra, ed è lì la potenza di Vita di Tara. Se in un classico fantasy, infatti, si sa che tutto quello che leggiamo è pura e semplice fantasia, con questa opera di Joyce, ci ritroviamo in una situazione dove finiamo per credere o accettare, che l’universo in cui è finita Tara esista veramente e che questo libro non sia poi tutto frutto di fantasia.

Altro punto di forza del romanzo lo si trova nell’esplorazione dei rapporti tra personaggi e nel continuo, ma mai fastidioso, passaggio tra presente e passato, dove i ricordi permettono di ricostruire il background di questi protagonisti e creare la giusta tensione emotiva nelle loro attuali interazioni. Se c’è una pecca la troviamo nel marginale ruolo dei genitori di Tara e Peter che troviamo poco caratterizzati.

Joyce riesce con maestria ad incantare il lettore con una prosa che risplende e prende colore come gli Outwoods a maggio, anche se ad un certo punto si ha la sensazione che si poteva dare di più, si poteva renderlo più avventuroso e che, di base, poco è accaduto. In special modo nella parte realmente fantasy, quella dell’altro mondo dove lo stesso Hiero, risulta una figura posticcia e poco profonda.

Eppure forse è anche questo il fascino di questo romanzo; rimanere ad un livello psicologico ed insinuarsi nella mente, portando il lettore a porsi delle domande grazie anche alla decostruzione dei racconti di Tara fatti dallo stesso psicologo che l’ha in cura e che prende per mano anche il lettore ad un’analisi più approfondita del libro, nonostante questo, non possiamo negarlo, tolga un po’ di magia a tutto il racconto.

Sara Prian

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