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Tra pochi giorni Canal Grande, Punta della Dogana, Giardini, Arsenale e altri spazi veneziani si riempiranno di opere d’arte contemporanea di indubbia creatività . Ma mancheranno "sculture" a mio avviso molto più importanti e di maggior valore: quelle barche tradizionali veneziane conservate dall’Associazione Arzanà  (l’ultimo bragozzetto da mar chioggiotto, l’ultima grande peata, batele e batelini buranelli, caorline valesane, ecc.), testimoni della storia acquea di Venezia.
Sfrattate dalla Scuola della Misericordia (in vista della sua concessione ad una società  privata) e ancora prima dai Magazzini del Sale, sono state portate in un cantiere al Lido: a Venezia non c’è posto per loro.
Un paradosso assurdo per una città  d’acqua e di cultura. E non può che esserci rabbia e amarezza, anche pensando al recente corteo acqueo per la Settimana del Decoro, alla Vogalonga in arrivo, alle bandiere col Leone di San Marco che sventolano negli imbarcaderi, alle tante parole (e soldi) che si spendono -spesso fumosamente- in nome della Laguna e della cultura.
Anche questa è cultura (quel patrimonio storico e demoantropologico tutelato dal Codice dei Beni Culturali), di un popolo che è vissuto con quelle imbarcazioni, ora ghettizzate e dimenticate.

Cristina Romieri - Venezia Lido –

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